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Avevo sottovalutato quanto il cibo fosse una componente fondamentale nel concetto di “nostalgia”, un pilastro dell’identità culturale di una persona. Sentirsi cittadini del mondo non basterà a rompere questo legame, e io ho deciso che è bello così. Scoprendomi, col tempo, molto più irriducibilmente italiana di quanto non pensassi.

In questa sezione del blog mi piacerebbe parlare della mia esperienza da expat nella terra, per certi versi curiosa, che è la Svizzera. Il primo post ufficiale di questa categoria parlerà, che ve lo dico a fare, di cibo.

Emigrare 2.0: Un post che parla di cibo

Per ora, mi ritengo felicemente espatriata e non pianifico di abbandonare il suolo elvetico – hell to the no! Mentirei, però, se dicessi che l’Italia, o quanto meno la mia casa (anche se, a ben pensarci, dov’è davvero la mia casa?), non mi mancano mai.

Non sono mai stata tra le persone fermamente convinte che come si fanno le cose in Italia, da nessun’altra parte al mondo. Tutt’altro. Aldilà delle evidenze oggettive che confutano questa affermazione, sono sempre estremamente critica nei confronti del mio Paese natale, sono arrabbiata, stufa e disillusa per un lista molto lunga di ragioni che non è il momento di elencare.

Di conseguenza, mi hanno sempre fatto sorridere (o incazzare, a seconda delle condizioni al contorno) tutte quelle persone che sostengono, per esempio, che la cucina italiana sia indubbiamente superiore a tutte le altre, o in generale quelle reticenti per partito preso a provare nuovi piatti, nuove cucine, abbinamenti insoliti. Le sentinelle in piedi sulla tavola, i nazisti dell’arte culinaria, il Ku Klux Klan del bucatino all’amatriciana. Questi soggetti io li vedo così. 

Quindi, mentre, tre anni fa, mi preparavo, giuliva, ad espatriare, la nostalgia del cibo italiano non l’avevo nemmeno presa in considerazione tra le eventualità. 

Eppure. 

Sarà che vivo in un buco più buco di quello in cui sono nata, dove l’offerta culinaria è relativamente limitata. Sarà che non sono una fan della cucina montanara. Sarà quel che sarà. Ma dopo tre anni di vita da emigrante, devo, obtorto collo, fare coming out: a me la cucina italiana manca. Mi manca la buona vecchia “dieta” mediterranea diggiù. Non capisco quest’abitudine di mettere aglio e cipolla in ogni dove (nella polenta? ma seriamente???). Non sopporto che sia tutto estremamente standardizzato. Che il riso in bianco della Coop del ridente paesino in cui vivo abbia lo stesso identico sapore di quello della Coop della capitale.

Per dire: la carta dei dolci nei ristoranti. Ovunque andiate, e di qualunque livello sia il ristorante in cui mangiate, al momento del dessert vi verrà porto un affascinante dépliant plastificato dai colori sgargianti, che ritrae delle promettenti e prorompenti coppe gelato così come palle tuttigusti da abbinare a proprio piacimento. Troverete sempre: la evocativa “Coupe Danemark” (gelato alla vaniglia, cioccolato fuso, panna montata, a volte meringa), l’intramontabile banana split e, per la gioia dei più piccoli, una irresistibile combinazione solitamente bianconera guarnita con coloratissimi Smarties: l’avanguardia, insomma. Se vi va bene, un foglietto di carta svolazzante accompagnerà la psichedelica brochure per illustrarvi i dolci della casa (hausgemacht): con ogni probabilità, ci saranno: dello strudel, delle fette di mele fritte e zuccherose e, certamente, una qualche fantasiosa interpretazione del famosissimo, gettonassimo (per me, totalmente sopravvalutato), nonché italianissimo tiramisù. Ripeto: ovunque siate, qualunque sia la cifra che siete disposti a pagare. 

Mi manca, quando sono costretta a mangiare fuori perché non ho potuto o voluto prepararmi il pranzo, un’opzione che sia effettivamente leggera e salutare, perché qui anche le verdure al vapore si vede lontano un miglio che sono rosolate nel burro. Perlomeno dove vivo io, mangiare fuori casa vuol dire, quasi sempre, mangiare poco sano, pesante.  La sobrietà in cucina, qui, è un concetto sconosciuto. La qualità del cibo è, mediamente, bassa. La varietà, sconosciuta.

Ogni tanto mi sorprendo a sognare le schiacciatine di mia nonna, la cicoria lessa, persino il brodo, che tanto mi deludeva quando tornavo a casa affamata da scuola. Cose senza fronzoli, nutrienti senza farti salire il colesterolo alle stelle. Il pane che sa di pane, non quella roba chimica e fintamente fragrante della Migros (i veri svizzeri fanno la spesa da Migros, cit.). E di cicorie, alla Migros, giusto per essere chiari, manco l’ombra.

I miei sogni più sfrenati sono ambientati da Eataly; le conversazioni più intriganti con i miei genitori sono, ormai, i resoconti delle loro avanscoperte mangerecce in posti in cui mi promettono di portarmi quando ci rivedremo – anche se, lo so benissimo, non ci sarà abbastanza tempo per provarli tutti. 

Mentre fantastico, come nel più classico cliché del fuorisede, sulle leccornie di cui mi rimpinzerò durante le vacanze di Natale, vi porto con me a fare un giro al supermercato. Se volevate un compendio rapido delle più famose ricette svizzere, potevate andare su un blog serio, dove si parli autorevolmente di Rösti, Spätzli, cervi, fondute e Schnitzel. Invece siete su Alles Tip Top ! e vi beccate le foto fatte con l’i-phone della roba che si vende al supermercato inisvizzera. Fortunelli!

Cosa mangiano gli svizzeri? 

Tenetevi forte che il tour inizia.

Partiamo dal bere, col soft drink nazionale:

Rivella, il soft drink nazionale della Svizzera
Rivella, la bibita gassata da provare almeno una volta, che siate ad un après-ski o alla riunione pomeridiana del circolo del ricamo.

 

Questo è l’ABC. Proseguiamo.

Emigrare 2.0 - Raclette
Vagonate e vagante di formaggio da Raclette! Lo amo.

 

Sì, le foto sono state scattate alla Coop, perché io, evidentemente, non sono ancora una vera svizzera, e anche perché Migros è più lontano da casa mia. 

Emigrare 2.0-Tramezzini-meerrettichschaum
A sinistra: Invitanti tramezzini da esposizione. A destra: una cosa completamente irrilevante nel panorama gastronomico, ma per cui gli svizzeri vanno matti: la Meerrettichschaum, spuma di rafano (cosa cavolo è, fra l’atro, il rafano?), con cui amano guarnire tartine e vol-au-vent per deliziare gli invitati ai loro cocktail.

 

Angolo delle banalità, che però non può mancare: la cioccolata.

Emigrare 2.0 - Cioccolata 1
Varietà di tavolette introvabili all’estero – I

 

Varietà di tavolette introvabili all'estero - I
Varietà di tavolette introvabili all’estero – II

 

Qualora voleste essere aggiornati sui prezzi, qui trovate il cambio aggiornato euro-franco (Alles Tip Top ! non dimentica mai il suo ruolo di servizio pubblico). E ancora:

Emigrare 2.0-pucciosi-orsetti-di-cioccolata
Pucciosi orsetti di cioccolata vestiti con teneri maglioni natalizi.

 

Emigrare 2.0 - Babbi-Natale-di-cioccolata
Babbi Natale a frotte.

 

Emigrare 2.0 - Amicelli
Gli Amicelli, mitici snack cioccolatosi. Amati da tutti, tranne che dagli italiani, che non li capiscono e li snobbano.

 

Emigrare 2.0 - Toblerone
Il mitico Toblerone, e la “Fun Box” Lindt, con dentro ben sei tavolette diverse: prima o poi sarà mia!

 

Ma alla Coop non c’è mica solo la cioccolata, eh.

(Temevo che mi arrestassero, peraltro, mentre scattavo le foto tra gli scaffali, e invece no: non mi si è filato nessuno)

Emigrare 2.0-vitello-tonnato
Bentornati, anni ’80! Chissà se vendono anche il vitello dai piedi di balsa.

 

Emigrare 2.0-specialità-prosciuttistiche
A sinistra: specialità regionali. A destra: Altre specialità prosciuttistiche: chi ha visto il film “In fuga dal Natale” (titolo originale: “Skipping Christmas”) si ricorderà sicuramente il richiestissimo prosciutto. Ce l’abbiamo anche noi!

 

Bene. Direi che con gli scatti rubati al supermercato posso anche smetterla: questo scorcio di vita vissuta è già sufficientemente autorevole. Assodato questo, la chiosa:

ormai l’ho accettato: qualunque cosa il futuro abbia in serbo per me, ovunque vivrò e piccola che sia la mia valigia di cartone, non smetterò mai di portarmi dietro l’olio e il caffè. 

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