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Dopo essermi finalmente decisa a fare coming out con il prologo, ecco anche la prima puntata del mio racconto/diario di viaggio sul Giappone. Un racconto in differita, e completamente sprovvisto del dono della sintesi.

***

Con lo scalpitare del cuore, ma allo stesso tempo con una calma inattesa, aspettavo il decollo.

Arrivò. Dormii per quasi tutta la durata del volo fino a Dubai, dove facevo scalo. Avevo deciso di farlo durare una giornata intera, per una visita veloce ad un luogo che non andrei di proposito a visitare.

Dubai fu esattamente come mi aspettavo: pacchiana, inutilmente sfarzosa, ingenua. Però mi ci divertii lo stesso.

Inseguendo i sakura - scalo a Dubai

L’highlight della giornata fu visitare il Miracle Garden, un appariscente giardino di sculture floreali coloratissime e gigantesche.

Sotto quel caldo afoso, non potevo fare a meno di angosciarmi pensando: “Ma come fanno questi fiori ad essere così pieni di vita? Quanta acqua ci vorrà per mantenerli? Quanti ecosistemi stiamo soffocando mentre ce ne andiamo in giro a fotografare questo tripudio di kitsch?” e sudavo. Però, il posto mi faceva anche tanto ridere.

Miracle garden - Inseguendo i sakura - Osaka

E ogni tanto bloccavo delle famiglie di turisti, perché volevo anch’io degli scatti kitsch in mezzo alla verzura.

Dubai Miracle Garden - selfie - inseguendo i sakura - Osaka

Dubai Miracle Garden - Inseguendo i sakura - amore

È anche un posto indubbiamente colmo d’amore, il Miracle Garden. Sobrio, minimal e traboccante d’amore.

Inseguendoi sakura: primo capitolo del mio diario di viaggio in Giappone: ŌsakaAles Tip Top ! a Dubai: al Miracle GardenUna enorme scritta LOVE al Miracle Garden di Dubai, conAlles Tip Top ! seduta nella O a forma di cuore che si fa fotografare da famiglie di cinesiAlles Tip Top ! in posa al Miracle Garden di Dubai, circondata di sculture floreali, eleganza e discrezioneInseguendo i sakura - scalo a Dubai

Il volo per Ōsaka sarebbe decollato a mezzanotte. Ero po’ frastornata dal caldo di quella giornata e dalla moltitudine di persone in giro per Dubai, ma mi sentivo carica e onnipotente: non potevo essere più felice.

Mentre ricomponevo lo zaino per lasciare l’hotel, ricevetti la telefonata di un amico, abbastanza agitato. Le ore seguenti furono terribili: non ho voglia di ripercorrerle; anzi, non ne ho il coraggio.

Però, questa storia voglio scriverla lo stesso, ora che ci ho fatto pace, ora che riesco a mettere da parte il senso di colpa per la bellezza a cui quel viaggio mi ha esposta. Quella bellezza che, a ben pensarci, il destino mi offriva, in quel momento, proprio per consolarmi, per sostenermi.

Soprattutto, questa storia voglio raccontarla perché l’amore per ciò che ci definisce, per ciò che inizia a far parte di noi e ci accompagna, arricchendoci, nel corso della vita, quell’amore, va nutrito e curato. Aldilà di tutto.

Voglio raccontarla perché, nonostante molti momenti del viaggio siano stati desolati, non voglio che i ricordi sbiadiscano; voglio, invece, continuare a innamorarmi e ri-innamorarmi di ciò che avevo atteso, immaginato, sognato e, infine, ho vissuto.

Perciò, racconterò tutto quello che ho visto, tutto ciò che ho imparato e tutte le emozioni altalenanti che ho provato; quello che non racconterò, perché non mi compete, sono i motivi del mio sconvolgimento. Non mi compete, non serve e non è questo il modo né il luogo per farlo. Mi concentrerò sulle sensazioni, sulle mie riflessioni e sui ricordi. Ci basti sapere che, piano piano, la situazione si sta risolvendo.

INSEGUENDO I SAKURA – I

24 marzo – Ōsaka

Prima del decollo, non sapevo bene cosa fare. In preda a una sorta di trance, ascoltai i miei genitori che, al telefono, mi avevano detto: “Devi partire”.

Partii. Piansi. Cercai pace dal mal di pancia. Dormii. Mi svegliai. Era giorno. Guardai fuori dal finestrino. Pensai che me l’ero immaginato diversamente, quel momento. Atterrammo. Le mie emozioni si erano spente. Perciò, come faccio in questi casi, attivai il pilota automatico.

Feci la fila per ottenere il Japan Rail Pass*, che avevo ordinato via Internet un paio di mesi prima; ancora in quella specie di trance iniziata la sera prima, affittai un modem portatile per avere Internet durante la vacanza (investimento assolutamente necessario, specialmente per una come me che si perde facilmente – lo consiglio caldamente); feci il biglietto di un treno che poi sbagliai a prendere, ma per fortuna quello che presi andava bene lo stesso, e dopo un viaggio trascorso al telefono con altri amici, arrivai alla stazione di Ōsaka.

Ora che ci penso, ci fu anche spazio per due chiacchiere con una dolcissima signora di mezza età che mi offrì una caramella (non si dovrebbero accettare caramelle dagli sconosciuti, ma io lo feci, me lo presi fino in fondo quel gesto di affetto, realizzando in quell’attimo quanto ne avessi bisogno).

Pienotta, dai tratti orientali, un’avventuriera sempre in viaggio: in passato, col marito; ora, vedova, con la sorella (se non ricordo male). Pensai: “Chissà quanto è malinconica quando ripensa ai viaggi con lui. Chissà se qui siamo tutti in viaggio con i nostri fardelli”. Nonostante i nostri fardelli.

Mi parve di capire che, comunque, lei non aveva intenzione di fermarsi. Che sollievo.

Quella fu, in effetti, la prima di una lunga serie di chiacchierate che ebbero luogo durante quelle due settimane. Ma io non ero ancora sintonizzata con quello che avevo attorno, e non ricordo il suo nome, né da dove venisse. Mi ricordo solo che era stata in un sacco di posti, e che io la ammirai per questo, e dovetti pensare che vorrei diventare come lei.

Anche di come, dalla stazione, arrivai in hotel, non ho memoria. Mi pare in metro. O forse era lo stesso treno preso dall’aeroporto che mi portava alla fermata giusta? Feci il check in. La stanza mi sembrò così graziosa, accogliente, così futuristicamente giapponese.

Uscii. Non ricordo se avessi tanta fame o poca fame, né da quante ore non mangiassi. Comunque, scelsi un posto sulla Lonely Planet, uno che non fosse troppo distante dall’hotel, e iniziai a camminare. Vedevo tutto; non provavo nulla. Non ancora.

Ōsaka: quartiere di Minami: lanterne all'esterno di un ristorante - Inseguendo i sakura

Ricordo i gruppetti di giovani fuori dai locali (era sabato); ricordo un’accozzaglia di fiori finti e colorati sulla facciata di un negozio che faceva angolo (non sono così sicura che sia un ricordo veritiero, però se penso alla mia prima breve passeggiata in Giappone, lì a Ōsaka, dall’hotel al ristorante, io ricordo dei fiori finti ai muri, dei fiori finti in gran quantità).

Comunque, con una breve camminata arrivai nel posto dove avevo deciso di cenare: un ristorante di curry nel quartiere di Shinsaibashi, zona Minami, brulicante di vita serale, di luci e suoni provenienti dalle gallerie commerciali, Dōtonbori su tutte.

Shinsaibashi, zona Minami di Ōsaka, brulicante di vita serale, di luci e suoni provenienti dalle gallerie commerciali, Dōtonbori su tutte

Ordinai un piatto di curry con carne che mi sembrò molto buono ma anche tremendamente piccante, e che buttai giù piano piano con una bevanda dolciastra, che ordinai nonostante fosse molto poco da me, e che se non sbaglio conteneva del mango.

(Non molto affidabili, in generale, questi ricordi delle mie prime ore in Giappone.)

Dopo cena volli fare una passeggiata nel quartiere, attorno al ponte di Ebisu-bashi. Esso è il simbolo della vita notturna della città di Ōsaka, con le insegne luminose e colorate degli edifici circostanti che si rispecchiano nel Dōtonbori-gawa, uno dei tanti corsi d’acqua della città.

Il ponte di Ebisu-bashi, simbolo della vita notturna della città di Ōsaka - Inseguendo i sakura

Affacciata al parapetto, osservando lo scintillare dei neon e ascoltando i rumori di fondo – insomma, immersa in uno scenario che meno familiare, per me, non era possibile, realizzai di essere arrivata in Giappone.

Mi sentii fortunata e invidiabile per questo, e piansi, pensando a quanto la vita mi sembrava ingiusta, in quel momento, con altre persone.

Volli continuare a camminare, anche perché sulla Lonely Planet avevo letto che poco lontano da me c’era un piccolo tempio, chiamato Hōzen-ji.

Sarebbe stato il primo tempio del viaggio, la prima conferma tangibile che il Giappone (il tempio è, per me, la sineddoche dell’intero paese) non era solo una fiaba magica sospesa nei miei pensieri.

Hōzen-ji è un piccolo tempio buddhista (ji è una delle parole giapponesi usate per indicare i templi buddhisti, laddove i termini jingū, più raramente jinja o taisha, vengono usati per indicare i santuari shintoisti). È dedicato a Fudō Myō-ō, uno dei cinque Re della Saggezza del buddhismo Shingon (la corrente principale). Protettore contro le infezioni, in questo tempio è raffigurato da una statua ricoperta di muschio.

Non a caso, lo Hōzen-ji si trova proprio nel quartiere di Minami: la statua è particolarmente venerata da tutti coloro che lavorano nei settori della ristorazione e della vita notturna e che, quindi, passano regolarmente ad aspergerla prima del turno. Ecco perché, a furia di essere “innaffiata”, la statua è oramai coperta dal muschio.

Essa si trova sotto una pagoda decorata con moltissime lanterne (così come numerose sono le lanterne in tutto il quartiere), ed è collocata dietro alla consueta fontana d’acqua che, versata da file sempre gremite di devoti e altri avventori, mantiene rigogliosa la sua vegetazione.

La statua ricoperta di muschio nel tempio di Hōzen-ji ad Ōsaka, nel quartiere Minami

Visitare Hōzen-ji di sera ha, secondo me, un fascino peculiare, grazie alle lanterne illuminate, che ornano non solo la pagoda, ma anche le altre sezioni del tempio, che attorno alla statua si articola. Proprio grazie ad esse, trovo che Hōzen-ji si integri alla perfezione con l’atmosfera del quartiere e soprattutto della vicina Hozen-ji Yokocho, stradina fitta di localini tradizionali.

Lì, forse anche grazie alla presenza di qualche fedele (non demordono nemmeno dopo il tramontar del sole) ero più a mio agio con la mia tristezza: mi sentivo meno sola.

Lì, osservai per la prima volta quel rito che così spesso, nei giorni seguenti, avrei visto ripetersi e avrei messo in atto io stessa, ma che ancora non conoscevo: con i mestoli (hishaku) messi a disposizione insieme alla fontana, una coppia di anziani, che mi parvero dolcissimi, si detersero, secondo il rituale purificatore, dapprima le mani, poi la bocca e, dopodiché, con lo stesso mestolo, “innaffiarono” Fudō Myō-ō.

Cercai di scambiare due parole con quello che definirò il guardiano del tempio: volevo acquistare uno di quei foglietti su cui si scrivono le preghiere, da ripiegare e appendere agli “stendini” di cui la maggior parte di templi e santuari sono dotati; il guardiano non mi capì. Rinunciai.

Gironzolai attorno al tempio per un po’, poi, parlando al telefono con mia sorella e raccontandole la mia tristezza, feci un altro giro del centro e, lentamente, tornai in hotel.

(Continua…)

 

*  Il Japan Rail Pass permette di viaggiare sulla maggior parte dei treni giapponesi pagando una cifra forfettaria. Diverse opzioni permettono di acquistare pass per regioni specifiche del Giappone o per tutto il Paese, e per periodi di tempo di diversa lunghezza. ATTENZIONE: Per usufruire del pass, bisogna acquistarlo in anticipo e farsi spedire a casa un voucher, prima di intraprendere il viaggio verso il Giappone. Il voucher deve poi essere cambiato con il pass vero e proprio una volta arrivati a destinazione: è possibile farlo in uffici collocati in stazioni, aeroporti e numerosi altri luoghi del Giappone. Per altre informazioni, cliccate qui.

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