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Il quarto capitolo di Inseguendo i sakura: le ultime ore a Kōbe, gli ultimi pensieri prima del profondo Sud e, soprattutto, il celeberrimo manzo.

(Inseguendo i sakura inizia qui; il capitolo precedente si trova qui.)

***

Prima di pranzo, feci un giro rapido nel quartiere di Kitano, non lontano dalla stazione di Sannomiya, dove sono concentrate molte abitazioni in stile occidentale: le ijinkan (case degli stranieri), costruite per i primi occidentali che, per lavoro, si stabilirono a Kōbe. 

Kōbe possiede uno dei principali porti del Giappone, e per questo motivo fu tra le prime città del Paese a commerciare con l’Occidente, nella seconda metà dell’Ottocento: ecco perché tanti occidentali avevano la necessità di vivere qui per motivi di lavoro. 

Oggi, molte delle ijinkan sono visitabili, alcune ospitano mostre permanenti, altre sono state convertite in locali; messe insieme, comunque, rendono un’ottima – e rara – testimonianza dello spirito storicamente cosmopolita della città. 

Kitano non mi disse granché. Infatti, non sono stata affatto lungimirante e non ho scattato nemmeno una foto (pazienza: questo post sarà una specie di pagina di diario). 

Forse il giro non fu abbastanza lungo – o forse, in quanto occidentale io stessa, non avrei potuto veramente emozionarmi – però so che molti giapponesi vengono in questo quartiere quando vogliono assaporare un’atmosfera occidentale senza spostarsi troppo, e ne sono catturati.

Perciò, non mi fermai a lungo a Kitano: iniziavo ad essere stanca, ma soprattutto volevo avere il tempo di assaggiare il mitico manzo di Kōbe prima di tornare ad Ōsaka, da cui uno shinkansen (treno ad alta velocità) mi avrebbe portata a Kagoshima, in Kyūshu, per iniziare l’esplorazione del profondo sud del Giappone. 

Scelsi il ristorante Misono. Nel menu ci sono combinazioni di vario tipo e – cosa non trascurabile – per tutte le tasche: posso dire, dopo questa esperienza, che per mangiare il manzo di Kōbe non è necessario un mutuo, come molti pensano. Scelsi un menu tra quelli base, con un pezzo di filetto da circa 200 g. Essendo la mia prima volta, non avrebbe avuto senso iniziare con le proposte più pregiate: senza termini di paragone, non ne avrei potuto  apprezzare la qualità. Insieme al manzo, mi fu servita una zuppa di miso, del riso in bianco, e del gelato e un caffè alla fine del pasto. Spesi l’equivalente di 20-25 euro.

Inseguendo i sakura: Dopo Kitano: menu al ristorante Misono dove ho assaggiato il manzo di Kōbe

Il sapore e la consistenza della carne mi colpirono: non essendo un’appassionata di carni, non immaginavo che un pezzo di manzo potesse avere un sapore così delicato, che potesse sciogliersi in bocca, senza stuccare, lasciandoti con la sensazione di volerne dell’altro.

La carne era stata cucinata, come si usa, davanti a me, su una piastra riscaldata sul momento, su cui vengono anche preparate le verdure di contorno. Era semplicissimo – e, semplicemente, delizioso.

Inseguendo i sakura, dopo Kitano: assaggio il mitico manzo di Kōbe nel ristorante Misono del quartiere Kōbe Sannomiya

Fui molto entusiasta del pranzo, delle spunte che quel giorno avevo messo sulla mia checklist, che (al netto dei brutti pensieri che popolavano la mia testa in quei giorni) mi dimostravano come spesso, con un po’ di pazienza, nella vita, si riesce a far tutto. Che dolce sensazione. 

Inseguendo i sakura, dopo Kitano: particolare della tovaglietta del ristorante Misono nel quartiere di Kōbe Sannomiya

Ero pronta a proseguire. Tornata alla stazione di Shin-Kōbe, recuperai il bagaglio e partii verso Ōsaka. Dalla stazione comprai degli snack (vedere alla voce: dolcetti appetitosi dalle forme e dai colori accattivanti e dal contenuto rigorosamente ignoto) e un succo di frutta per merenda; poi, salii sul treno diretto a Kagoshima. Durante il viaggio, tanto per cambiare scrissi un po’:

Cose curiose che ho incontrato fino ad ora.

Il water con la tavoletta riscaldata.

I giapponesi che sono proprio come te li presentano quei documentari che, in fondo, si prendono un po’ gioco di loro. Ridono spesso, apparentemente senza motivo. Ti parlano per dei minuti pur sapendo che non puoi capirli, e lo fanno senza smettere di sorriderti. E ho cominciato a pensare che è bello che lo facciano, perché ti fa sentire, anche se non lo sei, uno di loro. O almeno ti fa pensare che loro ti considerino uno di loro. Con l’inglese non ce la possono fare, e io spero di non trovarmi mai in una situazione di vero bisogno durante questa vacanza. Si vestono in maniera esuberante e il più delle volte molto elegante. È bello guardarli. Hanno davvero la cura esasperata del bello per il gusto del bello, a volte portato al parossismo.

C’è la musica nei chioschi, c’è la musichetta alla partenza dei treni. I treni sono stra-comodi, i sedili spaziosissimi, reclinabili, alcuni – ho scoperto – girevoli.

Io credo davvero che in questo posto potrei viverci, credo che potrei essere una di loro. Credo che il richiamo che ho avvertito da subito quando leggevo “Autostop con Buddha” non fosse casuale. Credo che davvero, come dice V., “la mia anima sapesse”. Credo che in futuro io e il Giappone ci conosceremo meglio, foss’anche solo dal punto di vista linguistico.

Tutto è pulitissimo e in ordine. Le persone usano smodatamente la mascherina. 

Sono sullo shinkansen Sakura che mi porta a Kagoshima.

Mi sento un po’ felice da qualche parte.

 

(Continua…)

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