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Finalmente approdata nell’estremità meridionale del Giappone, inizio la mia esplorazione del Kyūshū dalla città di Kagoshima, la Napoli del Giappone. Racconto la prima sera trascorsa qui, nonché la mia prima esperienza in un onsen (bagno termale giapponese) nel quinto capitolo di Inseguendo i sakura, il mio diario di viaggio in  differita.

(Inseguendo i sakura inizia qui; il capitolo precedente si trova qui.)

***

KagoshimaLa città di Kagoshima si trova nel sud-ovest del Kyūshū, e quindi all’estremo sud del Giappone (se si escludono le isole minori a sud del Kyushū stesso). La prefettura omonima si trova sulla penisola di Satsuma, una delle due penisole che formano il sud del Kyūshū; l’altra, quella ad est dell’isola, si chiama Ōsumi.

 

Kagoshima è definita “la Napoli del Giappone”, e con Napoli, dagli anni ’60, è gemellata: essa vive, proprio come Napoli, sotto la costante minaccia dell’eruzione improvvisa di un vulcano attivo (attivissimo), che un tempo si ergeva su un’isola di fronte alla baia della città, la baia di Kinko. 

Dico non a caso che si “ergeva”, perché oggi, il luogo dove ancora svetta il “Vesuvio di Kagoshima” non è più un’isola: è ormai saldamente collegato alla penisola di Ōsumi da un ponte naturale di lava solidificata, formatosi in seguito alla potentissima eruzione del 1914. 

Il nome del Vesuvio giapponese è Sakurajima, letteralmente “isola dei fiori di ciliegio”, toponimo evocativo di una delicatezza che sì, mal si addice ad un bestione fumante e minaccioso, ma ci ricorda incisivamente della caducità della bellezza e della vita tutta. Sentimento che, se ci pensiamo bene, deve proprio essere il paradigma di vita degli abitanti di Kagoshima, i quali vivono attendendo con fatalismo quasi noncurante la prossima, devastante eruzione, mentre con l’ombrello si riparano dai continui sbuffi di cenere. 

Arrivai a Kagoshima in serata, dopo circa tre ore di shinkansen da Kōbe: non era ancora il momento, per me, di andare a fare quattro passi sul Vesuvio nipponico.

Inseguendo I Sakura – V – La prima sera a Kagoshima

Sera del 25 marzo – Kagoshima

Il mio hotel si trovava appena fuori da Tenmonkan-dōri, una galleria commerciale coperta (gallerie del genere, vivaci, colorate, stipate di negozi e passanti, spesso caotiche e rumorose, sono – scoprii – molto comuni nelle città giapponesi). 

Feci il check-in e poi andai nella mia stanza, che era arredata completamente in stile giapponese. Delle pantofole mi aspettavano, come si conviene, all’ingresso. Erano state collocate appena prima del gradino (shikidai) che, in Giappone, segna l’inizio dell’abitazione vera e propria (in cui le scarpe non sono ammesse), separata dall’esterno da una piccola anticamera chiamata genkan. Un altro paio di pantofole mi aspettavano in bagno, che era, proprio come quello della sera prima, minuscolo, ma super tecnologico. 

Nell’ingresso, dallo shikidai in poi, il pavimento era in legno; nella camera, invece, rivestito di tatami. Il mio futon era già stato preparato e sul tavolino c’erano delle bustine di tè ed un misterioso biscottino confezionato (la mattina seguente avrei scoperto, con delusione, che sapeva di pesce). Degli shoji* nascondevano un armadio in cui trovai una scorta di coperte e piumini per altri futon; tutto era disposto con cura e semplicità, proprio come prescrivono le regole estetiche nipponiche. 

Nonostante fosse la prima volta che mi trovavo in una vera camera giapponese, tutto tornava: era come se non avessi visto altro in tutta la mia vita; quegli spazi mi sembravano miei, familiari: mi sentivo come a casa. 

Sorridevo. Feci delle foto da condividere con i miei e col resto della famiglia, sul gruppo Whatsapp che avevo creato per l’occasione e che, nonostante l’entusiasmo mi fosse del tutto passato, mi sforzavo di tenere aggiornato. 

Uscii per cena. Scelsi un ristorante a caso, uno che avesse una faccia rispettabile. Aveva dei tavolini di legno e un paio di coppie erano sedute all’interno; era un ambiente arredato con semplicità, non grande, in cui regnava un’atmosfera calda e accogliente. Quella sera era gestito soltanto dal cuoco e da una cameriera. Presi posto al bancone. 

Il menu era solo in giapponese, ma era suddiviso in categorie, e per fortuna almeno i nomi di queste erano tradotti in inglese. Avevo voglia di tempura, sashimi e riso, così indicai i primi piatti di ciascuna categoria, e attesi leggendo la Lonely Planet e osservando, di tanto in tanto, il cuoco, che davanti a me preparava con calma i piatti per gli avventori. Anche in quel caso notai una cura e una grazia di cui mai ero stata davvero testimone, ma che mi erano tutt’altro che sconosciute. 

Assaporai tutto lentamente, come se stessi mangiando delle rarissime gemme preziose (i piccoli bocconi disposti sui miei piatti vi assomigliavano) cercando di fissare il ricordo di quei sapori nella mia memoria. La presentazione, come mi aspettavo, fu magistrale. Tutto era delizioso. 

Ricordo che ci fu un dibattito della mia testa a proposito del prendere o non prendere il dolce, ma non ricordo quale partito vinse. Pagai. Provai a lasciare i pochi spiccioli di resto come mancia, ma la ragazza che mi aveva servita sembrava quasi oltraggiata; li presi. Del resto, sapevo che in Giappone non si usa lasciare la mancia nei locali. Sperai che lei avesse almeno apprezzato il mio sforzo di porgerle le banconote tenendole con entrambe le mani: è questo il modo giapponese di porgere un oggetto a qualcuno in modo garbato: l’esempio tipico è quello dei biglietti da visita, scambiati dai giapponesi in gran quantità – e, rigorosamente, a due mani. 

Kagoshima , foto per spezzare un paragrafo troppo lungo
Foto che non c’entra niente con l’argomento di questo post, e che tantomeno è stata scattata a Kagoshima, ma che ha una qualità accettabile e, per interrompere un post bello lungo e offrire un diversivo al lettore, è pur sempre preferibile ad una più pertinente ma di proprietà di qualcun altro e vergognosamente rubata all’Internet.

Tornata in hotel, realizzai che in dotazione alla mia stanza avevo anche uno yukata: una vestaglia che assomiglia ad un kimono leggero e che si usa per stare comodi in casa o, come feci, per andare dalla camera all’onsen (bagno termale) di un hotel. 

Lo yukata preparato per me nell'hotel di Kagoshima, accuratamente stirato e piegato

Il bagno nelle acque caldissime degli onsen è una tradizione ancora molto radicata tra i giapponesi; fa parte della loro vita quotidiana ed è un modo per socializzare. L’esperienza dell’onsen è ben diversa da quella dei bagni termali cui siamo abituati noi occidentali. A cominciare dall’etichetta e dalle abluzioni da seguire prima di immergersi.

Mi affido a Fosco Maraini, ben più esperto di me di Giappone (e di molto altro), per una magistrale introduzione all’argomento:

”[…] è bene ricordare lo spirito del tutto diverso con cui in Giappone si affronta quest’umile episodio della vita quotidiana. In Occidente il bagno […] si era ridotto al suo misero aspetto igienico e medico; serviva a scrostare il corpo dalle sporcizie, quando gli effluvii diventavano un pericolo per le narici dei vicini, e serviva a curare da certe affezioni. […] Per i Giapponesi la stanza da bagno è un luogo che invita, accoglie, dove sarebbe di cattivo gusto affrettarsi, nascondersi, inibire in qualsiasi modo il disciogliersi riposante d’ogni tensione.

Una cosa che scandalizza sempre – e giustamente – i Giapponesi è la nostra abitudine di unire bagno e gabinetto in una sola stanza. […] È un’altra testimonianza del punto di vista puramente corporale, igienico, medico, col quale consideriamo la funzione del bagno. In Giappone il gabinetto è per lo più separato dal bagno [questo Maraini lo scriveva negli anni 50, ma forse quest’abitudine si è persa, perlomeno nei bagni degli alberghi che ho frequentato]; si evita la nostra deplorevole confusione di sfere essenzialmente diverse. In Giappone il bagno nasce dalla purificazione rituale, quindi è un atto positivo, di gioia, una parte del riposo con cui l’uomo si rifà dalle fatiche del lavoro, parte importante, santificata, come il sonno od i pasti; per noi invece il bagno è giustificato unicamente dalla preoccupazione medica di de-sporcarsi, è una funzione di cui tutta la civiltà occidentale post-classica avrebbe fatto volentieri a meno. Per i Giapponesi essa porta alla purezza, per noi  libera dal sudicio; e le azioni degli uomini vanno intese piuttosto nel quadro dei loro fini che nelle modalità dei loro svolgimenti.

Caratteristico per esempio è il fatto che da noi non esiste un momento della giornata consacrato al bagno, un momento uguale per tutti, definito dall’uso; lo si prende generalmente, in fretta, o la mattina o la sera […]. In Giappone invece le ore che vanno dalle cinque alle sette del pomeriggio sono sacrosantamente dedicate al bagno, da parte di tutti; come pare avvenisse nel resto della Grecia antica e a Roma. […] Il bagno è anche naturalmente un’occasione sociale. Non parlo di quegli innumerevoli bagni pubblici che intorno alle cinque del pomeriggio costituiscono quello che,  ad ore diverse, sono da noi il caffè, l’osteria o (nell’Italia meridionale) il salone, ma ricordo che anche in casa, tra persone dello stesso sesso e circa della stessa età, usi lavarsi nella medesima stanza chiacchierando del più e del meno, dando a questa funzione giornaliera quel tono di agape fraterna che possono avere i pasti.

Naturalmente […] va sottinteso un atteggiamento verso il nudo assai diverso dal nostro; un atteggiamento più sano, più sereno, meno morboso. […] Dirò soltanto che mentre per noi (come civiltà occidentale) il nudo nella vita risveglia generalmente responsi emotivi pertinenti alla sfera del sesso, in Giappone lo si accetta senza tante complicazioni.”

Così Maraini delle sue Ore giapponesi, meraviglioso libro-panorama sul Giappone.

Kagoshima, seconda foto per interrompere un paragrafo troppo lungo
Vedi sopra. Qui  però siamo perlomeno nei paraggi della città di Kagoshima. Inoltre, il vecchio protagonista dall’aria dubbiosa sta impalato proprio davanti ad un onsen: si ringrazia l’inconfondibile icona con la bacinella fumante per l’aiuto offerto nell’altrimenti intricato panorama ideogrammico. Disclaimer: il vecchio NON è Fosco Maraini.

Durante il mio soggiorno in Giappone ho approfittato degli onsen tutte le volte che ho potuto, per comprendere meglio il significato e il valore di quel rituale, sempre cercando di goderne per le sensazioni che mi trasmetteva e per il senso di comunità che, pure in silenzio, sola occidentale tra le nipponiche a mollo, riuscivo a percepire – o forse mi inventavo.

Dunque quella sera, a Kagoshima, avviai un’altra delle mie tradizioni da vacanziera nella terra del Sol Levante: mi cambiai per indossare lo yukata, mi feci qualche selfie di rito “per i posteri” e scesi al piano terra, dove c’era l’onsen. Nelle sere dei giorni pari, era riservato alle donne (nella stragrande maggioranza degli onsen giapponesi, nonostante il rapporto rilassato con il nudo, ci sono ambienti separati per i bagni di donne e uomini). 

Kagoshima: io con indosso lo yukata prima di andare ad immergermi nell'onsen
Uno scatto assai pertinente e di indiscutibile qualità artistica mi ritrae mentre indosso uno yukata (nonché un’espressione alquanto intelligente). Vedere alla voce “immolarsi per soddisfare la curiosità altrui”.

Mi spogliai nell’antibagno e lasciai tutto quello che avevo in uno scaffale; solo dopo, come vuole l’usanza, varcai la porta scorrevole che separava l’area dell’onsen dall’antibagno, in cui ci spoglia e, dopo il bagno, ci si asciuga, se si vuole ci si imbelletta e ci si profuma, e poi ci si riveste.

Mi detersi con grande cura prima di immergermi nell’acqua bollente, cercando di rispettare il più possibile le regole di buona educazione degli onsen: “[…] ci si lava fuori della vasca servendosi d’un mastello o d’un bacile per versare l’acqua calda sulle spalle, sul capo, per sciacquarsi liberamente, fragorosamente, cosicché tutte le impurità fuggano via con la spuma di sapone. Allora, perfettamente puliti, ci si caccia nella vasca vera e propria per riscaldarsi, distendere i nervi, meditare, cantare, magari per riprendere la conversazione con quelli nelle stanze vicine, attraverso le sottili pareti.” (È sempre Fosco Maraini a raccontare).

Seguii attentamente tutte quante le regole, eccetto quella di sedermi su uno sgabello per lavarmi. Questa accortezza sembra vivamente consigliata (non so se più per motivi di sicurezza o per una a me incomprensibile forma di pudicizia), ma l’idea di appoggiarmi, nuda, su uno sgabello di plastica umidiccia mi repelle. Perciò la ignorai, sperando di non oltraggiare nessuno. Per il resto, mi guardavo intorno e, senza essere troppo indiscreta, cercavo di imitare i locali. 

Finalmente, quando fui pronta, pulita e profumata, mi immersi. 

Fu una sensazione magnifica. Riuscii a resistere per pochi minuti, dei quali alcuni passati con le gambe in su, appoggiate al bordo della vasca, fuori dall’acqua, che era caldissima: i bagni giapponesi hanno temperature molto più elevate di quelle degli stabilimenti termali che frequentiamo noi europei. È bene, specialmente se non si è abituati, non restare a lungo immersi in quell’acqua così calda. 

Ad ogni modo, anche pochi minuti mi bastarono per godere dell’effetto distensivo di quell’acqua, e di una preparazione perfetta al sonno. Uscii dall’acqua, mi risciacquai, mi asciugai, indossai di nuovo il mio yukata, nel quale mi sentivo esotica, elegante ed attraente come una principessa, e tornai in camera. 

Un’altra giornata in Giappone era trascorsa, mentre io cercavo di mettere ordine nel turbinio di emozioni contrastanti che frullavano dentro di me e, allo stesso tempo, iniziavo timidamente a sentirmi a mio agio in quella realtà.

Per il giorno successivo mi aspettava una tappa assai interessante.

Dico, anche qui non a caso, “assai”, perché è così che si dice a Kagoshima. Cioè, volevo dire a Napoli. 

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