Trascorsa la prima notte nella “Napoli del Giappone”, ovvero la città di Kagoshima, nel quasi-estremo-sud dell’arcipelago, non mi sentivo ancora pronta per andare a fare quattro passi sull’isola del Vesuvio nipponico. Avevo un altro piano per la giornata, una tappa che aspettavo con gioia: la visita al santuario di Kirishima Jingū. In questo capitolo di Inseguendo i sakura racconto una nuova giornata trascorsa nel Kyūshū.

Trascorsa la prima notte nella “Napoli del Giappone”, ovvero la città di Kagoshima, nel quasi-estremo-sud dell’arcipelago, non mi sentivo ancora pronta per andare a vedere da vicino il Vesuvio nipponico. Avevo un altro piano per la giornata, una tappa tra quelle che mi stanno più a cuore: la visita al santuario di Kirishima Jingū

In questo capitolo di Inseguendo i sakura racconto una nuova giornata trascorsa nel Kyūshū.

(Inseguendo i sakura, il diario di viaggio in differita del mio viaggio in Giappone, inizia qui; il capitolo precedente a quello qui sotto si trova qui.)

***

Immaginate di essere in viaggio e di voler visitare un luogo specifico perché ne avete letto in un libro che avete amato, cosicché quel luogo è diventato per voi qualcosa di mitico e affascinante. Immaginate di arrivarci, di ammirarlo pensando “ecco com’è davvero; ora l’ho visto anch’io!”. Immaginate che il posto, per tutti questi motivi poetici, vi sembri ancora più bello di quel che è.

Immaginate di ripercorrere successivamente ogni momento del viaggio e, nello scriverne le memorie, di riprendere in mano il libro da cui vi eravate lasciati ispirare per pianificarne almeno una parte. Vorreste rileggere le impressioni dell’autore relativamente a quel luogo che voi, sicuramente in parte influenzati da lui, avete amato. 

Il mio viaggio in Giappone: Prologo del viaggio intitolato "Inseguendo i sakura"

Immaginate, ora, di accorgervi che, nel libro, il luogo in questione non viene NEMMENO NOMINATO. Di cercare di ricordare, sgomenti e senza risposte, come vi sia saltato in mente di andarlo a visitare, senza che nessuna mente autorevole in materia di Paese del Sol Levante ve l’abbia consigliato.

La storia postuma della mia escursione a Kirishima inizia così.

Anzi no. Prima le cose importanti.

26 marzo (2018)

Mentre aspettavo che fosse il momento di prendere il treno verso il sito di interesse du jour, mossa, come sempre, da un certo appetito, mi cercai un posto dove fare colazione.

Nella galleria di Tenmonkan-dōri trovai un posto stranissimo, una specie di mercato coperto dedicato soltanto a prodotti di pasticceria e di artigianato locale. 

Kagoshima (prima di Kirishima): mercato coperto a metà tra una pasticceria e un negozio di artigianato locale. Nella foto, un tavolo rotondo e molto spesso con sopra un bollitore è una parte dell'area ristoro del mercato coperto

I primi erano tutti bellissimi da vedere, disposti secondo il consueto ordine maniacale giapponese, e incartati in confezioni graziosissime; c’era un grande bancone con la pasticceria sfusa e, sul lato opposto, diverse mensole con altri prodotti in vendita, confezionati, ça va sans dire, con arte (dell’ossessione dei giapponesi per imballaggi e pacchetti parlerò più avanti, perché resta sempre, per me, un argomento scabroso). 

Prima di Kirishima: la foto ritrae dei dolci confezionati con una carta rosa ed esposti al delizioso mercato dove feci colazione prima di andare a visitare il santuario di Kirishima Jingū

Prima di Kirishima: colazione al mercato coperto - Dolci confezionati in esposizione - part 2

Più avanti, circa a metà della galleria che costituiva il “mercato coperto”, c’era quella che sembrava un’area ristoro: da un lato, alla parete, una grande fontana; davanti, dei tavolini e degli sgabelli, e un paio di avventori che consumavano la loro colazione bisbigliando.

Una fontana a muro fa da sfondo a due signore sedute a un tavolino nell'area ristoro del grazioso mercato coperto di Kagoshima, dove mi sono rifocillata con una deliziosa colazione prima della  visita al santuario di Kirishima Jingū

Oltre la “zona ristoro”, la galleria continuava con un’altra ala, che esponeva prodotti di arredamento e accessori fatti a mano. 

Era un posto fantastico, un ambiente che pareva sospeso e in cui la serenità regnava, cullata da una musica dolce diffusa a basso volume da altoparlanti invisibili. 

Basandomi solo sulla simpatia di forme e colori, scelsi diversi dolci dal bancone e dai tanti cestini traboccanti di ogni ben di Dio, senza avere nessuna idea di quel che avrei mangiato (una delle costanti della mia vacanza in Giappone).

Inseguendo i sakura: La foto ritrae alcuni dei dolcetti mangiati per colazione nel mercato coperto di Kagoshima, prima di andare a visitare il tanto atteso santuario di Kirishima Jingū

L’uomo che mi servì al bancone dispose tutto su un vassoio, insieme ad un bicchiere di tè locale: si trattava del tè Hojicha

Kagoshima, prima della visita a Kirishima Jingū:  il vassoio con la mia colazione e il tè Hojicha
Non mi sono mangiata tutto a colazione, GIURO.

(Pippone in arrivo, prego partire con musica appropriata)

Hojicha è il tè più comune in Giappone. Si tratta di un tè verde (come la quasi totalità dei tè giapponesi) diverso da tutti gli altri, perché tostato: questo gli conferisce il colore marrone opaco e un gusto tipico, forte, del tutto inaspettato per chi conosce le altre tipologie di tè verde. Si ottiene da foglie raccolte più tardi rispetto alle altre varietà, ed ha un contenuto di teina molto basso. 

Assaporavo per la prima volta quel gusto che sulle prime mi sembrò così strano, quasi spiacevole; mi ci sarei presto abituata, fino ad amarlo. Ancora oggi, sorridendo, mi immergo nei ricordi, tutte le volte in cui lo preparo a casa, con le foglie accumulate serialmente durante la vancanza. A ciascuno la sua madeleine.

Gustai tutto di quella mia colazione deliziosa: il tè, l’atmosfera, il sapore dei dolci… poi, una delle tante sorprese nipponiche a cui presto mi sarei abituata: nella confezione del mio dolcetto-sakura, una bustina di palline anti-umidità, simili a quelle che da noi si trovano dentro le scatole di scarpe, o all’interno di borse e giubbotti.

La mia colazione prima della visita al santuario di Kirishima Jingū: in uno dei dolcetti confezionati c'è un assorbitole di ossigeno
Oxygen absorber… se sia la stessa cosa che da noi mettono nelle scatole di scarpe oppure no, avrei di certo potuto cercare di scoprirlo, ma, francamente, non ne avevo voglia. Si accettano delucidazioni.

Bè, in Giappone, quella roba lì, o comunque qualcosa di molto simile, si trova in quasi tutti i cibi sigillati. Questa cosa mi fece molto sorridere (e, ovviamente, scattare una foto per il gruppo di famiglia che allegai al solito, petulante messaggio del buongiorno). 

Mentre mangiavo, riflettevo sulle cose che avevo imparato nei miei primi due giorni in Giappone:

  • che i treni hanno delle carrozze riservate ai viaggiatori con posto a sedere prenotato; tutti gli altri devono salire nelle altre;
  • che uscita si scrive così: 出口 ;
  • che quando compri qualcosa in un negozio ma non vuoi la busta, alla cassa, su ogni pezzo, verrà attaccato un pezzettino di washi tape;
  • che sui bus e sui tram si paga all’uscita (ma del criterio usato per stabilire il prezzo ad ogni fermata, continuo a non avere idea).

Mi sembrò un piccolo forziere di esperienze, fondamentalmente superflue, e per questo ancora più preziose.

Soddisfatta della colazione e del mio bilancio, mi avviai verso la stazione di Kagoshima-chūō, quella in cui “finisce l’alta velocità del Kyūshū” e da cui, fra l’altro, si può prendere un treno per l’assai promettente paesino di Kirishima.

Rullo di tamburi.

Inseguendo i sakura VI – Kirishima Jingū e l’essenza del Giappone

Il paesino di Kirishima si trova nella prefettura di Kagoshima ed è collegato alla città omonima (Kagoshima) dalla linea dei treni JR Kyūshū. 

Il santuario di Kirishima jingū si trova, manco a farlo apposta, nel paese di Kirishima ed è un santuario scintoista. Vi si arriva con un autobus che parte dalla stazione di Kirishima, stazione indicata, giusto per non confonderci, col nome di Kirishimajingū

Inseguendo i sakura: la stazione di Kirishimajingū, Kyūshū
Agevolo foto di pregevole qualità raffigurante la mitica stazione di Kirishimajingū.

All’impiegato delle ferrovie a cui mostrai il mio Japan Rail Pass per uscire dalla stazione, chiesi, in inglese, come arrivare al santuario. Mi disse che la fermata del bus per il santuario era “obadèr, obadèr!”. Andai obadèr (over there, NdA) alla fermata, provai a capire quanto mancasse al passare del bus, e mentre aspettavo mi guardai intorno, scattai delle foto con la Reflex (per la gloria), e con l’I-phone (per il gruppo di famiglia).  

Scoprii un paesino silenzioso, rurale, qui e là un po’ polveroso e sgarrupato. Con molto verde incolto e scorci di una bellezza poetica d’altri tempi, Kirishima mi affascinava, forse proprio in funzione della sua disarmante normalità. 

Inseguendo i sakura: Kirishima aveva tutta l’aria di un paesino sperduto nel mezzo del nulla. Piccolo, silenzioso, rurale, qui e là un po’ polveroso e sgarrupato. Con molto verde incolto, con scorci di una bellezza poetica che definirei d’altri tempi, forse proprio in funzione della loro disarmante semplicità e veracità.

Inseguendo i sakura, quasi arrivata al santuario di Kirishima Jingū: ponte con passamano rosso-arancio, e sullo sfondo un ciliegio in fiore e una passante

Will Ferguson, forse, a Kirishima non ci è mai andato (vedi sopra); io, però, respirando, sapevo cogliere le note più autentiche e nascoste del profumo del posto, perché da qualche parte dentro di me la testimonianza di lui (la teoria) doveva aver sedimentato, ed era pronta a farsi pratica, a trasformarsi in esperienza: 

“In Occidente siamo talmente legati alle immagini delle metropolitane affollate di Tokyo e degli impiegati senza volto da dimenticarci che il Giappone è ancora in gran parte un paese rurale e tradizionale. Certo, le zone veramente selvagge non sono più molte – i confini rimasti sono pochi e preziosi – ma campi e villaggi rivestono ancora un ruolo importante nella società giapponese. E il colore dominante del Giappone, quello che trasuda dal paesaggio e genera infiniti panorami, il colore che è il Giappone stesso, è il verde, un verde scuro, umido e tropicale. È vero, nella maggior parte delle città giapponesi non troverete molto verde. Ma neanche molto Giappone. I centri urbani sono affollati e pieni di vita, ma allo stesso tempo rappresentano gli scorci più occidentalizzati e globalizzati della nazione. Non lontano da lì esiste un altro Giappone, lungo le strade di campagna, nelle città di provincia, alle estreme periferie”. (da Autostop con Budda)

Ecco. Mi ricordai: mentre leggevo quel libro, era stata questa essenza ad affascinarmi, a farmi innamorare del Giappone senza mai averci messo piede. Non è un caso che, pur avendo trascorso ben due settimane in giro per l’arcipelago, non abbia ancora visitato Tōkyō (tutti si sono stupiti di questa scelta). Non è un caso che abbia scelto di trascorrere la maggior parte del mio tempo in aree non dico remote, ma sicuramente sconosciute a tutti gli occidentali con cui ho avuto modo di parlare di Giappone; e non è nemmeno un caso se, di occidentali, in queste zone, ne ho incontrati ben pochi – molto diversa era la situazione a Kyōto e Nara, per esempio. 

Era questo il Giappone che, più di tutti gli altri, mi interessava scoprire. Era per quelle stradine deserte e un po’ sgarrupate, e anche vagamente tristi, che mi trovavo lì. Sono stata così sfacciatamente fortunata da trovare esattamente quello che cercavo. Non solo quel giorno. 

Kirishima, quindi, è il primo luogo in cui ho respirato l’essenza del Giappone, la prima periferia in cui ho camminato; le sue strade di campagna, che ho osservato dai finestrini del treno e dalle pensiline della stazione, sono le prime da cui i miei occhi hanno imparato questo Giappone.

Niente male, per un posto sperduto che non si sa come abbia deciso di andare a visitare. 

Inseguendo i sakura: un terzo scatto catturato al di fuori della stazione di Kirishimajingū

Il bus arrivò e condusse me ed altri turisti (tutti orientali) verso il santuario, col solito, incomprensibile criterio che stabiliva il prezzo della nostra corsa, e col quale solo io sembravo essere a disagio. Fortunatamente, ho sempre potuto contare sugli autisti, che sapevano sempre (altro mistero per me inspiegabile) quanto dovevo loro e me lo sapevano dire in inglese. 

Inseguendo i sakura: l'arrivo alla piazzetta di Kirishimajingū
Particolare di un edificio nella “piazzetta” di Kirishimajingū

Inseguendo i sakura: sakura sfocati in primo piano e sullo sfondo una staccionata rossa ad annunciare l'area del tempio al mio arrivo a Kirishima Jingū

Kirishima jingū è il primo grande santuario che ho visitato, e fui quasi sopraffatta dalla densità di elementi di nipponismo che lo affollavano: staccionate, lanterne e svariati elementi architettonici laccati di quel caratteristico colore rosso che è quasi arancio, e che mi trasmette sempre un’allegria calda e vibrante di energia; il tripudio di sakura nel pieno della fioritura, con i loro boccioli che illuminavano una giornata dall’aria già tersa e lucente; il resto della vegetazione, anch’essa lussureggiante; tutti gli elementi tipici dei santuari: i torii, gli “stendini delle preghiere”, le feritoie per le offerte, i padiglioni…

Particolare del passamano della strada che conduce al santuario di Kirishima Jingū nel Kyūshū

Inseguendo i sakura: la scalinata di accesso al santuario di Kirishima Jingū, con i ciliegi in fiore a bordare la salita

Inseguendo i sakura: lanterna del santuario di Kirishima JIngū

L’area del santuario e tutti i suoi componenti costituiscono un insieme maestoso, immerso nella foresta circostante.

Kirishima jingū è dedicato al dio Ninigi no Mikoto, pronipote della Dea del Sole, Amaterasu. È stato più volte distrutto e ricostruito in seguito ad eruzioni vulcaniche: il complesso visibile oggi risale al 1715, mentre il primo santuario fu costruito in epoca Muromachi (1336-1573) e sorgeva ai piedi del monte sacro Takachiho, nella penisola di Ōsumi. 

Il santuario, quindi, stato dislocato, ma la sua posizione odierna non è affatto casuale: l’area montana attorno a Kirishima è un luogo nodale per la mitologia giapponese. Qui, dice la leggenda, discese dal cielo Ninigi no Mikoto, pronto a governare la terra, e portò con sé la spada, lo specchio e la gemma, i Tre sacri tesori.  Questi costituiscono ancora oggi le insegne imperiali del Giappone e rappresentano rispettivamente le virtù di valore, saggezza e benevolenza.

L’importanza leggendaria del luogo in cui mi trovavo mi era chiaramente trasmessa da tutto ciò che mi circondava. Ero, come ho detto, letteralmente sopraffatta, e il cuore mi batteva a un ritmo accelerato, per l’eccitazione di essere immersa in quello spettacolo. 

Inseguendo i sakura: il sandō del santuario di Kirishima Jingū

Inseguendo i sakura: lo honden del santuario di Kirishima Jingū
Lo honden del santuario

Non riuscivo a smettere di scattare foto. Ho scoperto, contrariamente a quanto si tenderebbe a pensare, che fotografare mi aiuta a restare di più nel presente, dal momento che mi sprona a notare dettagli, fare caso alle cornici naturali, mi porta a cercare  scorci interessanti ed inquadrature e colori da far risaltare. Lo trovo, inoltre, molto rilassante.

Perciò, mi sono presa il tempo di scattare quante foto mi pareva e di godermi il luogo anche in questo modo, mentre passeggiavo per l’area del santuario e cercavo di immergermi in una mia personalissima spiritualità. 

Quindi, mi lavai mani e bocca. Scrissi il mio biglietto rituale e lo appesi allo stendino, dopo aver lasciato la mia offerta. Osservai i fedeli che pregavano, capii che c’era una procedura che tutti seguivano: fu lì che, per la prima volta, cercai di impararla. Mi godevo la pace che regnava.

Inseguendo i sakura: anche io ho lasciato un'offerta nel saisen bako del santuario di Kirishima Jingū
Il saisen bako del santuario

Espressi, a non so bene chi o che cosa, la mia gratitudine di trovarmi lì e avere il mio animo curioso a spronarmi e le mie gambe sane a condurmi per il Giappone. 

Nel frattempo, la mia eccitazione si era piacevolmente placata, e restava una sensazione di serenità. 

Una protuberanza su un albero nel complesso del santuario di Kirishima Jingū assomiglia ad un angelo
Una protuberanza sul tronco di un albero ha proprio la forma di un angelo… solo un caso??? Chiedetelo a Cazzenger.

Non ne avevo mai abbastanza, ma dopo un po’ dovetti fare ritorno nella zona della stazione.

In attesa del treno che mi avrebbe riportata a Kagoshima, feci una passeggiata nei paraggi, ma non si vedeva nessuno, né niente di speciale: era un lunedì e, a quanto mi parve di capire, il lunedì è il giorno di chiusura nel Kagoshima-ken

Mi piaceva passeggiare in un posto così “normale”, così poco interessante da diventare quasi noioso, e per questo interessantissimo. Non c’erano dubbi: la vera essenza del Giappone era lì. Proprio lì, in un paesino sperduto, all’ora della pennichella, nelle strade deserte e nel silenzio. Will Ferguson sarebbe stato sicuramente d’accordo con me.

Ebbi persino la fortuna sfacciata di incontrare un tanuki

Il tanuki non è semplicemente una specie di procione, non è un animale qualunque, bensì uno dei più importanti animali che si possano incontrare in Giappone, in quanto è una figura fondamentale della mitologia e del folklore giapponese.

Questo, ovviamente, mi fornisce il pretesto per un altro irrinunciabile pippone. 

Tanuki
Questa l’ho rubata dall’Internet per rendere l’idea. Siate clementi: dopotutto avrei potuto allegare il video di me che inseguo bofonchiando il povero tanuki, direi che vi è andata di lusso.

La personalità del tanuki è descritta in modo diverso a seconda delle storie di cui è protagonista e del periodo storico in cui queste sono nate: in generale, è descritto come un animaletto dispettoso e furbetto, ma anche sbadato e un po’ pasticcione, il che gli conferisce secondo me una sfumatura di tenerezza. Esistono, però, anche storie in cui i tanuki sono responsabili di malefatte abbastanza macabre, così da uscirne come soggetti sinistri o del tutto spaventosi.

Credo, però, che l’iconografia classica, che li ritrae principalmente intenti a usare la loro grande pancia o i loro testicoli enormi (rivedere immagine sovrastante) come un tamburo, sia sufficiente a spazzare via qualunque sospetto di pericolosità nei confronti di questi animaletti.

I tanuki paiono divertirsi un mondo alle spese di malcapitati umani, che ingannano con i loro travestimenti magistrali; ciononostante, sono storicamente associati ai concetti di prosperità e fortuna. Direi che, burloni ma allo stesso tempo ingenui come sono, non possono che starci parecchio simpatici.

Il mio tanuki sembrava un po’ intimorito dalla mia presenza, poverino, mentre lo inseguivo facendo un video (figuriamoci) e ridacchiando tra me e me; poi, è riuscito a seminarmi infilandosi in chissà che pertugio polveroso della fascinosa Kirishima. Più essenza del Giappone di così…

Avendo proprio finito le cose da fare per ingannare il tempo che mancava all’arrivo del treno, mi sedetti ad aspettarlo dentro la stazione, mangiai l’ennesimo dolcetto della giornata e mi misi a scrivere un po’ sul quaderno che portavo sempre con me. 

Alla fine il treno arrivò e fu un’altra esperienza degna di nota. Ma per stavolta ve la risparmio.

Inseguendo i sakura: cartelli indicanti la direzione alla stazione di Kirishima

(Continua…)

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.