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27 marzo 2018

Arrivò così il mio ultimo giorno a Kagoshima. Feci i bagagli e, prima di affidarli alla reception fino all’ora di pranzo, chiesi al personale di prenotarmi un biglietto per il traghetto che da Kitakyūshū, nel nord del Kyūshū, porta a Matsuyama, che si trova sulla costa ovest dello Shikoku. Qualche giorno dopo mi sarei spostata da un’isola all’altra e volevo farlo in traghetto, ma il sito web della ditta era integralmente in giapponese. Perciò mi affidai al mio hotel di Kagoshima; visto il loro inglese stentato, pregai che fossimo riusciti a capirci (avevo qualche dubbio al riguardo) e mi avviai verso il porto.

Per quel giorno mi aspettava un altro traghetto: quello che dal porto di Kagoshima porta sull’isola del Sakurajima. Il cielo coperto e l’atmosfera un po’ tetra non aiutavano la bruttezza della città di Kagoshima (della bruttezza e della tristezza delle città del sud del Giappone parlerò, probabilmente, in futuro), e la passeggiata verso il porto non fu certo esaltante. Mentre camminavo, mi domandavo se, una volta sull’isola, avrei dovuto aprire l’ombrello per ripararmi dalle ceneri sputacchiate dal vulcano, ma non ce ne fu bisogno – rimasi quasi delusa: il fenomeno è uno dei più chiacchierati dai turisti in visita sull’isola.

Scesa dal traghetto, dopo aver guardato il vulcano avvicinarsi lungo tutto il tragitto, passeggiai un po’ sull’isola, ma non mi sentivo proprio in forma, e il grigiore circostante non aiutava l’umore, perciò decisi di non completare il giro: in fondo, avevo ammirato il Sakurajima dal treno e dal traghetto, lo avevo visto col sole e con le nuvole, lo avevo guardavo camminando e lo avevo contemplato stando ferma, mi aveva accompagnata per la strada e nel Sengan-en, lo avevo visto fumare e starsene tranquillo, e in tutte queste occasioni lo avevo ripetutamente fotografato.

Quando ne ebbi abbastanza dell’isola, feci merenda (che novità) al bar del porto mentre aspettavo il traghetto di ritorno; una volta tornata a Kagoshima, feci una passeggiata dentro Tenmokan-dori, la galleria commerciale di Kagoshima. Un’infinità di negozi affollavano ogni lato delle gallerie, molti erano colorati e rumorosi, altri kitsch, altri ancora molto tranquilli, molto avevano l’aria triste (o forse ero io che, quel giorno, avevo un umore plumbeo quanto il cielo).

Riuscii però a trovare un negozio di souvenir molto grazioso, e che sembrava vendere prodotti locali e non troppo scontati; acquistai dei regali per la mia famiglia: dei calzini e quelli che pensavo essere dei foulard e che, una volta scartati da mia sorella e da mia madre, si rivelarono dei runner per tavoli… poi feci un giro in un negozio di frutta e verdura, dove mi stupirono le cose seguenti:

  • la varietà di ortaggi e verdure a me sconosciuti:Inseguendo i sakura: ortaggi sconosciuti a Kagoshima
  • il da me ribattezzato Caetrilolum Corazzata (Potëmkin):Inseguendo i sakura: ortaggi sconosciuti a Kagoshima: Caetriolum Corazzata
  • la scarsità generale di frutta;
  • la dimensione decisamente esagerata (e, quindi, sospetta) di mele e arance;
  • il fatto che limoni e molti altri frutti fossero incartati SINGOLARMENTE nel cellophane (pugnalata al cuore);
  • la quasi inesistenza di prodotti sfusi: quasi tutto era imballato in qualche modo, quasi sempre posto all’interno di vaschette di polistirolo avvolte, a loro volta, in cellophane e sigillate;
  • il prezzo inaudito della frutta in generale e dei meloni in particolare;
  • i cestini lussuosissimi in cui erano disposti al massimo quattro o cinque frutti, decorati con lustrini, nastri, ancora cellophane e altre amenità, che l’acquirente si sarebbe potuto portare via con l’equivalente di 15 o 20 euro per fare bella figura con chissà chi – tutto questo testimonia come la frutta, in Giappone, sia considerata un vero e proprio lusso, un alimento da occasione speciale (e infatti non ne mangiavo, ahimè da giorni).

Il motivo per cui ero entrata dal fruttivendolo era, per l’appunto, comprare della frutta. Ma vista l’aria finta e poco affidabile della maggior parte degli esemplari, decisi che più tardi avrei investito l’equivalente (esorbitante) prezzo in altri dolcetti e cibi a base di carne fritta.

Infatti, dopo aver recuperato il mio bagaglio dall’hotel, una volta in stazione comprai una bentō box dall’aria finta e sospetta almeno quanto quella delle arance del mini market e la gustai, entusiasta come una bimba alle giostre, viaggiando verso Miyazaki, la destinazione successiva del mio itinerario nipponico.

Il treno era il Kirishima Limited Express n. 12, lo stesso che avevo preso il giorno prima per andare a Kirishimajingū: questo vuol dire che potei ancora ammirare il Sakurajima per un arrivederci, e posso assicurarvi che l’esperienza di osservarlo mangiando roba incomprensibile (ma comunque buonissima) da una bentō box è completamente diversa da tutte le altre. 

Inseguendo i sakura: cartelli indicanti la direzione alla stazione di Kirishima

Inseguendo i sakura: vista del vulcano Sakurajima che fuma dal finestrino del treno che da Kirishimajingu porta a Kagoshima

Arrivederci, Sakurajima; arrivederci, Kagoshima… spero di rivedervi presto.

Piccolo flashback con galleria fotografica a proposito della mia passeggiata verso la stazione: sakura in riva al fiume, che passione:

Inseguendo i sakura: sakura in riva al fiume mentre mi congedo da kagoshima

Inseguendo i sakura: sakura in riva al fiume mentre mi congedo da kagoshima 2

Inseguendo i sakura: sakura in riva al fiume mentre mi congedo da kagoshima 3

Inseguendo i sakura: sakura in riva al fiume mentre mi congedo da kagoshima 4

(Continua…)

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