Verde, marrone, bianco, oro, ciliegi, glicini, cedro, natura, silenzio, austerità, equilibrio, storia, leggenda: questi gli ingredienti del mio primo incontro con la città di Miyazaki e con il suo meraviglioso santuario, con cui Inseguendo i sakura, seppur lentamente, procede.

(Il racconto del mio mitico viaggio in Giappone inizia qui; il capitolo precedente a questo si trova qui.)

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La città di Miyazaki sorge sulla costa est dell’isola del Kyūshū. Capitale indiscussa non solo della prefettura omonima, ma anche del pollo fritto, è patria, secondo la mitologia, della dea Amaterasu. Miyazaki si affaccia sull’Oceano Pacifico ed è difesa dalla calura estiva dal frusciare di numerosi alberi di palma, che, bordando le strade principali e il lungofiume della città, le conferiscono un’aria decisamente californiana.

Inseguendo i sakura VIII: l'arrivo a Miyazaki e la visita al tempio - immagine di copertina del post che mostra la posizione della prefettura di Miyazaki (Kyūshū) in Giappone
California o Giappone? La vista dalla mia stanza d’albergo potrebbe creare qualche confusione persino al viaggiatore più scaltro

Inseguendo i sakura VIII – Arrivo a Miyazaki

27 marzo 2018

Arrivata a Miyazaki in treno da Kagoshima, lasciai le valigie nella stazione di Miyazaki-Jingū e corsi a vedere il più importante santuario shintoista della città (il Miyazaki jingū appunto) situato in un parco enorme e meraviglioso. Il parco ospita, fra l’altro, il museo di storia e natura della prefettura – ma anche questo mi sono guardata bene dal visitarlo: perché mai, quando si può stare all’aperto, col cervello in folle (cit.) a passeggiare nel verde tra i ciliegi in fiore? Per recensioni su mostre, musei ed esposizioni giapponesi, vi consiglio caldamente di cambiare blog.

Il giardino del Miyazaki jingū è vasto e arioso, e mi trasmetteva pace. La parte di giardino che circonda l’area del santuario vero e proprio è una foresta, circondata da glicini secolari: ci arrivai che in giro non c’era quasi nessuno, e provavo una sensazione di leggero timore ad aggirarmi da sola per il parco. Allo stesso tempo, però (come sempre, in Giappone) ero attirata dalla poesia e dalla quiete di tutto ciò che mi circondava, e invitata a proseguire dalla bellezza di forme e colori.

Miyazaki jingū è dedicato al mitico imperatore Jinmu (il primo del Giappone) e ai suoi genitori, e si dice che fu eretto circa 2600 anni fa, detenendo così il titolo di santuario più antico della città. Quello che visitiamo oggi è una ricostruzione del 1907. Il luogo in cui sorge, al centro della foresta, pare sia il luogo di nascita di Jinmu.

Il Miyazaki jingū, rispetto ai santuari shintoisti più diffusi, ha uno stile più sobrio – addirittura austero, direi – ed è, anch’esso, maestoso. La differenza rispetto agli altri santuari che ho visitato è nei colori di tutti gli elementi architettonici che lo compongono: assente, è, qui, il rosso scarlatto che caratterizza la maggior parte dei luoghi di culto giapponesi.

Inseguendo i sakura: lo honden del santuario shintoista di Miyazaki, fatto di cedro giapponese di colore marrone scuro

Domina, invece, il colore del legno scuro delle strutture (si tratta di cedro giapponese), illuminato dal bianco delle bandierine ornamentali e del fondo delle lanterne che bordano il sandō (qui un piccolo compendio sulle componenti principali dei santuari shintoisti). Su ciascuna di esse, scalda l’atmosfera l’oro del crisantemo imperiale a 16 petali, elegantissimo emblema del Giappone, che splende anche dal portone di accesso al cuore del santuario.

Inseguendo i sakura: il sandō bordato di lanterne illuminate, al tramonto, indica la via verso lo honden nel santuario shintoista di Miyazaki

Inseguendo i sakura: dettaglio della lanterna nel sandō di Miyazaki Jingū, in cui si vede il crisantemo imperiale dorato e l'armatura di legno chiaro della lanterna, e sullo sfondo il verde della foresta

Inseguendo i sakura: il portone di accesso principale al santuario shintoista di Miyazaki, col grande crisantemo imperiale dorato sui battenti e le bandierine ornamentali bianche

Guardando lo honden, è ben visibile lo specchio (kagami) , che costituisce il cuore di molti santuari shintoisti e templi buddhisti, in quanto rappresentazione della divinità: simbolo della saggezza e della conoscenza, riflette la purezza e il contenuto del cuore e della coscienza di chi vi si specchia, e si ritiene che nulla possa essergli celato.

Inseguendo i sakura: particolare dello specchio all'interno dello honden nel santuario shintoista di Miyazaki Jingū

Rimasi colpita dall’eleganza disarmante dell’architettura, dalla purezza delle linee e delle tonalità, dall’armonia degli edifici all’interno del parco, mentre osservavo lo honden, le lanterne di legno più chiaro e le pietre candide del selciato che conducono verso di esso: quelle tinte tenui, assieme all’ordine rigoroso nell’organizzazione dello spazio (vasto ma poco affollato) e al silenzio che regnava, mi trasmettevano equilibrio e pace.

I famosi portali scarlatti non sono però del tutto assenti: nella foresta circostante il cuore del Miyazaki jingū avevo trovato delle lunghe gallerie di torii che pare portino fortuna a chi vi cammina al di sotto. Ho poi letto che in quest’area ci sono in realtà tre santuari diversi (di cui queste gallerie rosse fanno parte) oltre a un sentiero che porta nel fitto della foresta tropicale.

Inseguendo i sakura: l'immagine mostra una galleria di torii scarlatti nella foresta che circonda il santuario shintoista di Miyazaki

Osservai il santuario di Miyazaki a lungo, prima di lasciare la mia offerta al kami di Jinmu ed effettuare il rituale “spirituale” – ormai era diventato una mia abitudine. Nel frattempo, erano arrivate anche due donne giapponesi a porgere la loro offerta e le loro preghiere. Così mi sentivo anche meno sola.

Inseguendo i sakura: due donne passeggiano nel giardino del Miyazaki Jingū sotto alberi di sakura in piena fioritura

Inseguendo i sakura: temizuya del Miyazaki Jingū, dove si fanno le abluzioni per il rituale spirituale
Il temizuya: luogo dedicato alle abluzioni di mani e bocca da fare prima di rivolgersi in preghiera al kami, ovvero la divinità
Inseguendo i sakura: varietà di ema appesi al santuario shintoista di Mizayaki
Gli ema: tavolette a cui i credenti affidano le loro preghiere per iscritto

Poi passeggiai per il parco, lentamente, cercando di godermelo quanto più possibile prima che diventasse buio: ascoltavo il frusciare di quelle fronde centenarie, riempiendomi gli occhi del verde dei prati e del rosa pallido dei fiori di ciliegio.

Inseguendo i sakura: grappolo di sakura in fiore nel giardino che ospita il santuario shintoista di Miyazaki Jungū

Inseguendo i sakura: un gatto dagli occhi socchiusi riposa seduto nel giardino circostante il Miyazaki Jingū

Inseguendo i sakura VIII - lo stagno al tramonto nel giardino del Miyazaki Jingū

Dopo quella massiccia dose di spiritualità, mindfulness e introspezione, tornai coi piedi per terra e mi ricordai del vero motivo per cui avevo programmato la mia sosta a Miyazaki: il pollo nanban (pollo fritto „alla barbara“, come prescrive la moda della prefettura) era – guarda caso – uno dei miei ricordi più vividi della lettura di Autostop con Buddha, ed ero intenzionata a gustarlo non appena avessi messo piede in città. Con l’acquolina in bocca e grandi aspettative, mi avviai duque verso il treno che mi avrebbe portata in centro.

Per cena andai in un posto spartano e molto kitsch, dai colori e dagli arredi che ricordavano più un ristorante messicano che uno di cucina tipica giapponese – ma per quel che riguarda il cibo, nulla (o quasi) è mai lasciato al caso: ovviamente, il posto era raccomandato dalla mia Lonely Planet. E mi piaceva un sacco, proprio per la sua atmosfera così festosa, informale, e per le tante famiglie rumorose che lo popolavano.

Inseguendo i sakura: il ristorante dall'apparenza un po' messicana in cui ho cenato a Miyazaki cercando di assaggiare il pollo nanban

Inseguendo i sakura: scatto dell'interno del coloratissimo ristorante di Miyazaki dove ho assaggiato il pollo nanban
Specialità della sottoscritta: fotografare luoghi gremiti negli unici momenti o angoli in cui sono completamente deserti

Scelsi la mia cena da una vetrina di campioni in plastica esposti all’entrata del ristorante, proprio come si vede fare in tutti i documentari sul Giappone che si rispettino: quello che avevo scelto assomigliava molto al pollo nanban, e io ero determinata a riempirmi lo stomaco di frittura fino a non poterne più.

Quella determinazione, insieme alla bramosia di fritto che mi obnubilava la mente, mi avevano spinta a puntare il dito frettolosamente e senza porre domande, né a me stessa né al cameriere che mi aveva scortata alla vetrina. Mentre attendevo il piatto, però, il dubbio sorse: sono davvero sicura di aver ordinato il pollo nanban? Assolutamente no, mi rispose il cameriere: avevo ordinato qualcos’altro… Quel qualcos’altro era comunque molto fritto, per niente vegetariano, decisamente grasso e molto, molto saporito. La cena fu un successo e, per fortuna, avevo ancora una sera a disposizione per assaggiare il mitico pollo nanban.

(Continua…)

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