DISCLAIMER: questo è un post lungo. Eppure, tutte le parole non basteranno forse a trasmettere la poesia di uno dei luoghi più affascinanti che ho avuto la fortuna di visitare in Giappone: il santuario shintoista di Udo Jingū. Penso proprio che questo luogo magico si meriti il suo tempo per essere descritto. Buona lettura…

(Inseguendo i sakura, il racconto in ritardo delle mie due settimane in Giappone, inizia qui; la puntata precedente a questa si trova qui)

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Inseuendo i sakura: particolare di una delle strutture scarlatte che compongono il santuario shintoista di Udo Jingū. La struttura appare sfocata dietro alle fronde di un albero

28 marzo 2018

La camminata dall’albergo alla fermata del glorioso bus che mi avrebbe portata da Miyazaki al santuario di Uno Jingū (uno dei luoghi nipponici a cui tengo di più) durò parecchio più del previsto… perché mi persi. I 45 minuti extra spesi a vagare per gli stradoni trafficati di Miyazaki, sotto a un’intricata rete di cavi elettrici polverosi e imbrogliati a impedirmi la vista del cielo, offrono un pretesto inoppugnabile per riflettere sulla seguente verità:

LE CITTÀ GIAPPONESI, mediamente, FANNO SCHIFO.

Dimenticate per un attimo i patrimoni UNESCO di Kyōto, mettete da parte quei pochi centri di interesse storico e culturale che sono miracolosamente stati risparmiati dai bombardamenti nella seconda guerra mondiale, escludete natura, templi, giardini zen – mi riferisco al resto, ovvero a tutto quello che è stato costruito dall’uomo per l’uomo, e che occupa, purtroppo, una percentuale molto consistente del suolo nipponico: un’accozzaglia agghiacciante di skyline obbrobriosi e incrostati di smog, insegne al neon, cavi in ogni dove, facciate rivestite di piastrelle male assortite, casermoni buttati a caso, ecomostri spalmati malamente su crinali erbosi altrimenti ameni.

Sicuramente le città del sud da cui sono passata io, come Miyazaki e Kagoshima, si prestano meglio di altre a questa mia falciante descrizione, così come altri centri “recenti”, sviluppatisi prevalentemente per ospitare uffici, attività commerciali e appartamenti: luoghi in balìa di un’antropizzazione selvaggia, ingenua, priva di gusto, di sentimenti e di una anche remota sensibilità ecologica. Sicuramente ci saranno delle eccezioni, e nelle città più antiche, meglio conservate e più ricche di storia e cultura l’atmosfera sarà più piacevole…

… ad ogni modo, mentre ero in Giappone, camminare nelle città per spostarmi dal punto A al punto B, mi incuteva, per lo più, tristezza. Il piacere di passeggiare per le vie di una città e godere delle loro peculiarità, della loro atmosfera – anche nei quartieri in cui non c’è niente di significativo che meriti una visita di proposito – questo piacere, in Giappone, non è concesso.

Va benissimo così, intendiamoci: i piaceri del Giappone sono comunque numerosissimi, quanto mai aggraziati e meritevoli di ammirazione e visite reiterate, ma ecco: questo no. Penso onestamente, da europea e soprattutto da italiana, di essere proprio viziata. Come ho detto altre volte, le città che più amo sono quelle in cui si gode del semplice passeggiare senza mete degne di nota. Le città giapponesi (almeno quelle in cui sono stata fino ad ora) in questo senso, non le amo affatto.

Fosco Maraini, ho scoperto molto dopo essere tornata dal mio viaggio, dedica diverse riflessioni alla bruttezza delle città giapponesi, nel suo Ore giapponesi: “[…] l’aspetto delle città […] resta […] laido, confusionario, stentoreo, l’espressione d’uno spirito utilitario spietato e strafottente” e, citando altri scrittori, rammenta: “Tokyo […] è abbastanza orrenda […] le strade e le autostrade attraversano slarghi irregolari e spossanti fra immensi grattacieli d’uffici tremendamente illuminati fino a sera tardi […] e costruzioni fatte con materiali sempre miseri e deperibili, legno, metalli smunti, cemento che si sbriciola, in una desolazione che non ha limiti” (Alberto Arbasino, e io sottoscrivo) e ancora: “Tokyo è una città spaventosa, la più grande e la più brutta del mondo […] l’urbanistica è caotica, non esiste” (Cesare Brandi) e prosegue infine tentando di spiegare la paradossale “noncuranza del bello tra gente, per altri versi innumerevoli, tanto sensibile al bello”

E se lo dicono loro, dovete crederci per forza. Fine della digressione.

Sono, dunque, rimasta delusa dal Giappone? Giammai. Ho fatto i bagagli e sono tornata sul suolo elvetico prima di prendere il mitico bus da Miyazaki? Certo che no. Inseguendo i sakura finisce forse qui? Vi piacerebbe.

Dopo questa tirata ingenerosa, che a confronto le sculture di Canova sono tagliate con l’accetta, procedo con entusiasmo ancora maggiore raccontandovi della giornata forse più bella del mio viaggio in Giappone. Perché, cari lettori, se Parigi val bene una messa, Udo Jingū varrà bene una passeggiata schifata nella metropoli.

Inseguendo i sakura X – Udo Jingū, o il colore del Giappone

Udo Jingū è un importantissimo santuario shintoista dedicato (che novità) all’imperatore Jinmu e ai suoi genitori. Si trova sulla costa est del Kyūshū, a sud di Miyazaki, e si affaccia direttamente sull’Oceano Pacifico: uno spettacolo. Era la tappa più attesa del mio viaggio in Giappone, quella dal sapore più mitico, e le mie aspettative erano stellari.

Inseguendo i sakura: nel complesso del santuario di Udo Jingū, il particolare del fusto di una laterna con sopra stampati ideogrammi e con sfondo di Oceano Pacifico e scogli
Particolare di una lanterna, con sfondo di oceano

A bordo del bus partito dalla stazione di Miyazaki, c’eravamo io, qualche turista di provenienza orientale, diverse persone anziane. Alla nostra sinistra, coste, strapiombi, palme, onde, spuma: il panorama mozzava il fiato. Stavo osservando l’Oceano Pacifico per la prima volta nella mia vita; il mio cuore batteva, lo percepivo chiaramente. Tutti noi passeggeri eravamo rapiti e osservavamo lo scorrere della costa con quell’espressione grata e un po’ confusa di chi ammira un miracolo della natura e si domanda come faccia ad essere così fortunato.

Il viaggio in autobus da Miyazaki ad Udo Jingū dura circa un’ora e mezzo. Dopo essere scesa dal bus, ricordo un negozio di souvenir e  amuleti, con un cane Hakita al guinzaglio (!), una o due rampe di scale, e in cima… distributori automatici di snack e bevande. So typically Japanese!

Inseguendo i sakura: nel complesso del santuario di Udo Jingū si viene accolti per prima cosa da distributori automatici di snack

Inseguendo i sakura: nel complesso del santuario di Udo Jingū, cane Hakita legato al guinzaglio è seduto al di fuori di un baracchino che vende snack e souvenir

L’ingresso all’area del santuario è pieno di baracchini di souvenir e cibo (le bancarelle di amuleti e oggetti vari per la preghiera non mancano nemmeno all’interno) e c’è perfino una caffetteria – insomma, Udo Jingū non si lascia cogliere impreparato dall’arrivo dei turisti, e non si può dire che quest’accoglienza sia l’apice della poesia o della spiritualità…

… tuttavia, quando si vede la prima lanterna stagliarsi sull’oceano, seguita da tante altre a perdita d’occhio, mentre si viene sorpresi dall’accostamento perfetto del rosso giapponese della staccionata ai bordi del sandō con lo sfondo blu di quel mare nuovo… a questo punto le altre trovate poco eleganti vengono messe in secondo piano, il fiato sospeso, il cuore che esplode, gli occhi pieni di meraviglia e stupore.

Inseguendo i sakura: nel complesso del santuario di Udo Jingū, lanterne aldilà della staccionata scarlatta si stagliano sull'Oceano Pacifico

Inseguendo i sakura: a Udo Jingū, foto dell'Oceano Pacifico con dettaglio di staccionata scarlatta

A proposito di colori, ho imparato che quel rosso-arancio tipico dell’architettura nipponica, quel colore che io ho sempre chiamato „rosso Giappone“, è la combinazione esatta del rosso scarlatto.

Inseguendo i sakura: lo scarlatto del santuario di Udo Jingū secondo Kimono
Shu-iro: rosso ricco, tinto di giallo. […] Essendo il pigmento più vivace fra quelli estratti dalla terra è stato spesso utilizzato per rappresentare il Sole o il fuoco, e come simbolo di autorità nelle cerimonie e nelle celebrazioni shintoiste.” (Da Kimono)
Inseguendo i sakura: Kimono i colori del Giappone
È il Sole che fa un nuovo giorno. In giapponese, i termini “alba” e “rosso” sono simili: il rosso da sempre rappresenta il Sole, lo splendore che emana portando luce nella vita più buia. Il calore del rosso fuoco dà conforto. Il sangue stesso, rosso scuro, è alla base della vita che fluisce nel corpo. Tutte le sfumature del rosso sono simboli fondamentali del vivere. Non per niente questo colore è definito “colore sacro”.” (Da Kimono)

Per il „blu Pacifico“ che quel giorno osservai a lungo, invece, non ho trovato un nome inequivocabile, date le tante sfumature che lo animavano: è un blu certamente diverso da quello del mare a cui sono abituata, un blu che a volte sembra mischiato allo smeraldo e altre volte è elettrico, vellutato, profondo.

Inseguendo i sakura: scoglio imponente all'interno dell'Oceano Pacifico
I cieli blu del paradiso sconfinato, il ceruleo oceano, il corso rapido del fiume, un lago cristallino. Il blu è il colore che domina la vita di tutti i giorni, da sempre, eppure è molto difficile da descrivere. Pur essendo il colore più familiare, la distinzione fra blu e indaco varia da paese a paese, e secondo i diversi periodi storici. Durante il periodo Meiji, per esempio, gli stranieri che visitavano il Giappone erano così affascinati dal blu locale da chiamarlo “blu Giappone”.” (Sempre da Kimono) … e io che pensavo soltanto al rosso Giappone…

Inseguendo i sakura: l'immagine di copertina rappresenta la staccionata a ridosso dell'oceano pacifico nel santuario di Udo Jingū, nel Kyūshū

Udo Jingū è il trionfo dell’architettura shintoista nipponica: un tripudio di luce, colori sgargianti, natura selvaggia e costruzioni armoniose. Quel giorno, il sole che batteva era riflesso e amplificato dai decori in oro dei portali (sobri, ma luminosissimi) e dal rosso scarlatto che domina il complesso – quel colore è, per me, il vero emblema del Giappone. Allo stesso modo, Udo Jingū, con la sua straordinaria combinazione cromatica, rappresenta per me il colore del Paese: quando penso al Giappone, sono flash di quella giornata ad affollarmi per primi la mente. 

Inseguendo i sakura: uno degli edifici del santuario shintoista di Udo Jingū, nel Kyūshū

Inseguendo i sakura: lanterne ad Udo Jingū

Inseguendo i sakura, santuario di Udo Jingū: scendendo la scala bordata con una staccionata rossa, si accede all grotta che ospita il cuore del santuario

Inseguendo i sakura, santuario di Udo Jingū: lanterne raggruppate all'ingresso dell'area del santuario davanti alla staccionata scarlatta che borda il sandō

Inseguendo i sakura, santuario di Udo Jingū: lanterne che bordano il sandō, oltre la staccionata di legno scarlatto e con l'Oceano Pacifico dietro di esse

Il mare si infrangeva contro gli scogli: lo scrosciare delle onde, misto alle voci dei visitatori, era il mio sottofondo. Mentre osservavo i dettagli, mi lasciavo inebriare dal verde brillante della vegetazione, dal vibrare scarlatto delle lunghe staccionate; poi, più avanti, dentro la grotta, la luce si smorzò, la temperatura cambiò, si respirava un odore diverso; l’acqua che continuamente percola dal tetto si faceva sentire nel tenue rimbombo di ogni goccia quando incontrava il suolo: qui alberga il cuore del santuario, dove è custodito lo specchio*: qui, al riparo della grotta, il kami riposa.

Inseguendo i sakura: nel complesso del santuario di Udo Jingū, foto scattata all'interno della grotta in cui sorge lo honden del santuario

Inseguendo i sakura: nel complesso del santuario di Udo Jingū, vista sull'esterno catturata dall'interno della grotta dove è custodito lo honden

Inseguendo i sakura: un autoscatto di me riflessa nello specchio dello honden del santuario shintoista di Udo Jingū
Autoscatto

Udo Jingū è il tempio in cui si reca chi cerca fortuna in amore e fertilità: si pensa che l’acqua che cade dal tetto della grotta dissetò Jinmu neonato, e per questo si ritiene di buon auspicio che le donne incinte la bevano.

Ma l’attrazione principale del santuario di Udo Jingū è uno scoglio che si trova di fronte alla grotta in cui è situato lo honden*, oltre la staccionata che protegge gli avventori dallo strapiombo sull’oceano. Questo scoglio levigato ha una piccola conca sulla sommità, delimitata da una corda: dopo aver acquistato per 100 Yen (circa 70 centesimi di Euro) cinque sfere di argilla, bisogna esprimere un desiderio e lanciarle ad una ad una cercando di centrare la conca e far sì che le palline rimangano al suo interno. Se almeno una fa centro, il desiderio sarà esaudito. La tradizione vuole che le donne effettuino il lancio con la mano destra, gli uomini con la sinistra.

Inseguendo i sakura: nel complesso del santuario di Udo Jingū, il rituale è di gettare delle sfere di argilla per fare centro in una conca all'interno del mare: se si fa centro e la sfera rimane all'interno della conca, il desiderio si avvererà

Inseguendo i sakura: lo scoglio concavo in cui fare centro per esaudire i propri desideri in amore e fertilità nel santuario shintoista di Udo Jingū

Dopo aver eseguito il rituale  (e aver mancato puntualmente il bersaglio) mi fermai e, appoggiata ad una delle staccionate, continuai a respirare a pieni polmoni quell’aria di mare, e lasciai che quel calore (e colore) riempissero i miei occhi e il mio cuore. Poi proseguii con la mia passeggiata all’interno del santuario, che è vastissimo e lussureggiante.

Inseguendo i sakura, santuario di Udo Jingū: io affacciata a guardare l'oceano
Importunare i passanti per farsi immortalare

Inseguendo i sakura, santuario di Udo Jingū: dettaglio

Inseguendo i sakura, santuario di Udo Jingū: Inseguendo i sakura: galleria di torii scarlatti nel giardino immenso dell'area del santuario shintoista di Udo Jingū

Inseguendo i sakura: un uomo percorre il sandō del santario shintoista di Udo Jingū

Inseguendo i sakura: vista di uno degli edifici che compongono il santuario shintoista di Udo Jingū a strapiombo sull'oceano e su un terrazzamento coperto di vegetazione

Avrei voluto non andare mai via. Assaporai tutto di quei momenti: la felicità, il senso di gratitudine per aver raggiunto un luogo per me già sacro pur senza averlo mai visto; l’emozione di trovarmi per la prima volta davanti all’Oceano Pacifico, l’oceano “lontano”, sconfinato ed esotico per eccellenza; la luce abbagliante, la gioia trasmessa da quei colori così brillanti, gioiosi, caldi…

… era giunta l’ora di proseguire: risalii sull’autobus in direzione opposta, ma per fortuna, per questa giornata, le emozioni non erano ancora finite.

(Continua…)

*per una descrizione degli elementi tipici dei santuari shintoisti e del loro significato, potete leggere questo

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