Da Takamatsu a Naruto, passando per i primi due templi del pellegrinaggio degli 88 di Shikoku: in questa nuova puntata di Inseguendo i sakura, affronto per la prima volta luoghi desolati, per quanto intrisi di storia, senza riuscire a coglierne particolarmente la bucolica poesia, forse per via della stanchezza e della solitudine. Cionondimeno, c’è parecchio da chiacchierare – e c’era parecchio da fotografare. 

In alternativa, la primissima puntata del racconto è qui, e quella scorsa qui

Inseguendo i sakura XV – L’asse Takamatsu-Naruto (e i primi due templi del pellegrinaggio di Shikoku)

31 marzo – Takamatsu

La città di Takamatsu era la base da cui spostarmi per visitare una serie di “istituzioni” per chi vuole cogliere l’essenza e la storia dell’isola di Shikoku – istituzioni che, come si conviene a ogni ricerca seria e appassionata, erano anche un po’ fuori mano.

I due giorni seguenti al mio arrivo a Takamatsu li trascorsi tra stazioni ferroviarie minuscole e deserte, in luoghi lontani e che talvolta mi apparvero decisamente desolati: luoghi la cui poesia, evidentemente, dopo giorni di viaggio in solitaria, non riuscivo più a cogliere, prevalendo in me la stanchezza e, devo ammetterlo, a tratti, la solitudine. Ne seguirono una serie di programmi cambiati o direttamente “sabotati” all’ultimo momento… non per questo colsi quell’essenza in modo meno intenso; anzi, è possibile che la mia malinconia, così come quel vago disagio nell’essere lontano da tutto, in luoghi che sembravano sospesi nel tempo, facessero precisamente parte di quell’essenza.

Comunque, il mio viaggio sgangherato nei luoghi remoti di Shikoku sarebbe iniziato soltanto il giorno successivo. Dalla stazione di Takamatsu, subito dopo il mio arrivo in stazione da Matsuyama, andai a piedi in albergo a lasciare i bagagli e mi rimisi subito in marcia.

Prima tappa: il Ritsurin Kōen, che si dice sia tra i parchi più belli del Giappone.

Fu costruito nel periodo Edo e ci vollero più di 100 anni perché fosse completato. Lungo la strada verso il parco, mi fermai in un baracchino di Nikuman* (che la vecchina al banco mi spiegò essere una delle specialità del posto) ed altre specie di ravioli al vapore. I primi me li portai dietro per la merenda; i secondi iniziai a mangiarli per strada. Naturalmente, erano stra-buoni.

Il Ritsurin faceva sfoggio di siepi e cespugli rifilati con sapienza, di ponti curvi su romantici specchi d’acqua, di case da tè, prati curati e collinette sinuose. Il tutto immerso nella luce rosata del pomeriggio, sotto lo sguardo placido del monte Shiun sullo sfondo, e animato da decine di persone festanti in visita e da numerosi gruppi distesi sui prati a fare picnic per l’hanami (contemplazione degli alberi di ciliegio in fiore).

Mi unii a questi, sdraiandomi sul prato dopo la mia visita al parco, quando era finalmente il momento di assaggiare il Nikuman* che mi ero portata dietro, scoprire che era tra le cose più buone che avessi mai mangiato in vita mia e correre a comprarne un altro ai baracchini del parco, per divorarlo seduta stante (verdetto: la vecchina del baracchino sotto i portici di Takamatsu vinceva).

Quella giornata finì relativamente presto, in totale relax in albergo. Mi sentivo stanca e per il giorno dopo mi aspettava una lunga escursione per visitare alcuni degli 88 templi ed arrivare a Naruto, località famosa per il formarsi di maree a forma di vortice, che sono una delle attrazioni più famose di Shikoku. 

Digressione.

Si sarà notato che ho parlato fin qui solo di alberghi, e sarebbe stato forse molto più poetico narrare di ostelli, guesthouse spartane e a tratti sgangherate… ma io in ostello durante la mia vacanza in solitaria non ci volevo stare. Ecco, l’ho detto. Sarò anche borghese, ma devo dire che in Giappone, a dispetto di quanto si pensi, sono quasi sempre riuscita a conciliare il comfort con la semplicità e con l’economia nel portafoglio (anche perché, nel mio viaggio, ho battuto molte strade non proprio mainstream).

Takamatsu è il responsabile di quel “quasi”. In quei giorni, mi avevano detto, era in corso una conferenza su un argomento a me ignoto: per questo, tutti gli alberghi abbordabili erano pieni; per questo, avevo dovuto prenotare due hotel diversi per le due sere non consecutive in cui avrei dormito a Takamatsu; e, per questo, l’albergo che mi era toccato in sorte per la prima sera era lussuosissimo (e, ça va sans dire, carissimo). Un motivo in più per ascoltare la mia stanchezza e farmi coccolare dalle amenities offerte dall’hotel (tra cui aperitivi e tè del pomeriggio molto rinforzati da consumare un una sala con una libreria fornitissima).

E MENOMALE, mi sento di aggiungere col senno di poi, dato che il lusso di quella sera mi equipaggiò della sufficiente serenità mentale che mi avrebbe permesso di non suicidarmi nei due giorni successivi, mentre ero sperduta in campagna sulle orme di Kōbō-Daishi o arroccata in un ryokan** sullo stretto di Naruto, guardando il mare e aspettando i vortici che poi, al mattino seguente, avrei deciso di non vedere più, perché scappare da lì era più urgente.

Ma prima andiamo a dormire, e procediamo con ordine.

***

1 aprile – Bandō e dintorni

Dunque. La mattina del primo aprile, con lo zaino in spalla, salutai per sempre il lussuosissimo e carissimo hotel e salii su un treno che dalla stazione di Takamatsu mi portò in un paio d’ore fino a quella, minuscola, di Bandō, procedendo verso est.

A Bandō non c’è praticamente nulla, ma è il punto di partenza perfetto per il pellegrinaggio degli 88 templi, perché a dieci minuti a piedi dalla sua stazione si trova il numero uno: Ryōzen Ji.

Un percorso in campagna di circa 11 km lo collega ai successivi quattro templi, e la mia idea era di visitarli tutti quel giorno; sulla strada tra il numero uno e il numero due, dopo il primo pezzo a piedi su uno stradone trafficato e bordato di campagne e garage, però, la desolazione di cui sopra iniziò a incombere pesantemente (e diciamocelo, il culo a pesare) e feci presto a disfare il primo programma: due templi, per quel giorno, mi sarebbero più che bastati.

Dalla stazione di Bandō, la prima in cui non trovai armadietti per posare lo zaino (segnale già palesemente sospetto) raggiunsi a piedi il Ryōzen Ji. Mi accolsero delle signore che regalavano a tutti i pellegrini (anche quelli un po’ improvvisati come me) un’arancia e un sacchetto di stoffa contenente dei cioccolatini e qualcosa da bere, attenzioni che accolsi con grande entusiasmo.

Quindi, mi sedetti su una panca all’ombra per mangiare l’arancia mentre osservavo gli avventori, i ciliegi, e i simboli nuovi del buddhismo che mi circondavano. Poi iniziai a girellare nell’area del tempio, dopo aver “pregato” anche io, come fanno gli henro all’inizio del loro cammino, che il mio viaggio fosse sicuro. Questa è la preghiera più gettonata a Ryōzen Ji, dato che gli è stato assegnato il numero uno – anche se ogni pellegrino può decidere di iniziare il giro da dove gli pare. 

Inseguendo i sakura: henro in visita al Ryōzen Ji, il tempio numero uno del pellegrinaggio degli 88 di Shikoku

Osservato il tempio in tutti i suoi dettagli, mi misi in cammino verso il numero due, che distava solo un km. Del tragitto riesco solo a ricordare: il mio continuo domandarmi come fanno i viaggiatori che stanno in giro settimane con lo zaino in spalla; lo stradone e le macchine che passavano; il campo dei soldati tedeschi fatti prigionieri dopo la seconda guerra mondiale, con i suoi pannelli in giapponese e tedesco ad illustrare il funzionamento del campo, che oggi è in stato di semi abbandono; il garage di un meccanico; alcuni fiori di ciliegio collocati in un punto a caso del ciglio della strada dalla Divina Provvidenza, per rinfrancare il mio spirito ormai a terra.

Inseguendo i sakura: il contributo della divina provvidenza
Il contributo della Divina Provvidenza

Dopo aver camminato per un tempo che mi sembrò lunghissimo, raggiunsi l’ingresso del Gokuraku Ji, il tempio numero due. Qui c’è una statua di Buddha che si dice sia stata scolpita da Kōbō-Daishi in persona, ed un cedro che, pure, pare sia stato piantato dal Grande Maestro, e che è simbolo di longevità. In questo tempio, pare che le preghiere più quotate abbiano come oggetto lo svolgersi sereno di gravidanze e parti. In questo caso mi astenni dal pregare, ma non mi negai un’attenta perlustrazione del luogo sacro. 

Era quindi il momento di ripartire verso Naruto, dove avrei passato la notte, e precisamente in un ryokan** sul mare, con vista sullo stretto di Naruto, che separa Shikoku dall’isola Awaji. Naruto è conosciuta per un fenomeno molto peculiare legato all’alternarsi delle maree, che qui creano dei vortici durante lo scambio di acqua tra l’Oceano Pacifico ed il Mare Interno. Curiosità: il famoso manga Naruto prende il nome proprio da questo fenomeno: infatti, il simbolo è proprio un vortice dietro al nome.

Il mio piano, come dicevo, era di vedere i vortici il giorno seguente… ma dei perché e dei per come disfeci anche questo piano parlerò nella prossima puntata.

(Continua…)

(*) Nikuman: panini cotti al vapore e ripieni di carne di maiale. L’impasto è un lievitato a base di acqua e farina, e quasi insapore, talmente soffice e vaporoso, dopo la cottura, che sembra di addentare una nuvola.

(**) Ryokan: locanda tradizionale in stile giapponese.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.