A Kyōto dedicai gli ultimi tre giorni della mia vacanza in Giappone e, a distanza di due anni, dedico l’ultima puntata di Inseguendo i sakura, il racconto (molto in ritardo) delle mie sensazioni e delle cose che vidi in quelle due settimane. Siccome quelle cose sono parecchie, e le testimonianze fotografiche di più, ho diviso l’ultima puntata in due parti, che posto contemporaneamente.

Comunque, signore e signori, ci siamo: siamo arrivati alla fine. Gaudio in tutto il regno!

Per gli estimatori del racconto di viaggio postumo a tema nipponico: la prima puntata di Inseguendo i sakura si trova qui, mentre la precedente, che parla di Nara, è qui.

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PREMESSA (lunga, in proporzione, quanto la sezione delle Note di Infinite jest)

Ho moltissimi ricordi di Kyōto e dei tanti posti della città in cui mi trovai durante i tre giorni finali del mio viaggio in Giappone. Sono ricordi molto disordinati, e molto poco categorizzati. A Kyōto c’è tantissimo da vedere, anzi troppo: troppo per soli tre giorni, se uno le cose se le vuole godere; troppo, decisamente, per essere lasciato in fondo ad una vacanza intensa, con già numerose tappe alle spalle, disseminate in tre diverse isole dell’arcipelago.

Kyōto è l’unica città per cui non avevo pianificato quasi nulla: ci ero arrivata senza aver nemmeno letto la guida (tranne la sezione “Pasti”, ovviamente) e già il primo tentativo di fare una scaletta sensata per quelle 72 ore mi gettò nello sconforto (tipica emozione di chi ha un approccio al turismo particolarmente rilassato). Non solo era chiaro che non ce l’avrei mai fatta a vedere tutto ciò che conta, o a “mettere la spunta” su tutti e 17 i patrimoni UNESCO presenti in città; in più, per quanto cercassi di fare giorno per giorno dei programmi equilibrati, mi scontravo puntualmente con le mie energie residue: come suggerito dagli sbrocchi della scorsa puntata, infatti, la stanchezza si metteva di traverso, e mi obbligò spesso a invocare il Dio Sticazzi. Egli, allora, mi piazzava sotto al sedere qualche panchina e ce la incollava per bene, così da impedirmi di prendere l’ennesima combo metropolitana-tram-piacevolepasseggiataapiedidi15minuti per visitare il 177esimo santuario o contemplare il milionesimo bocciolo di ciliegio: tutte cose di cui, a quel punto, non si sentiva un’esigenza così impellente. Sempre sotto consiglio del dio Sticazzi, poi, mentre mi trovavo a Kyōto, non scrissi nemmeno due righe nel mio diario.

Memore di tutti questi disguidi, dunque, pensavo sempre a quei tre giorni a Kyōto come ad un groviglio enorme e tutto sfocato di cose viste (secondo me poche), numerose rinunce, disappunto profondo e un bel po’ di fretta e superficialità (oltre che di ricorrenti apparizioni del venerabile Sticazzi, ovviamente). Pensavo con terrore al momento in cui avrei scritto (se mai l’avrei scritta) questa benedetta ultima puntata, perché temevo di non sapere cosa diavolo dire, e soprattutto cosa sarei riuscita a trasmettere con le mie parole.

A distanza di due anni, però, mi rendo conto non solo che di roba ne vidi un sacco (come se importasse la quantità, poi), ma anche che mentre esploravo non ero così distratta come mi era sembrato: mi sono rimasti in mente, infatti, non solo molti dei luoghi che visitai, ma anche le sensazioni che mi trasmisero, alcuni dei pensieri che mi passarono per la testa, le atmosfere, i volti di alcune persone…

… e quindi forse ce la faccio a sfangarla anche stavolta.

FINE DELLA PREMESSA.

Disclaimer

Probably.

1. Se il resoconto che segue ha un capo e una coda (e il coraggio di chiamare i luoghi col loro nome) è grazie alla risoluzione di una pista cifrata disseminata di glifi e punti esclamativi tracciati di sera tardi sulla Lonely Planet, di volantini e piccole guide collezionati nei vari punti di interesse, gelosamente conservati nella plastica e giunti fino a noi, nonché di un salvifico album fotografico semi-professionale realizzato (quello sì!) appena tornata dal viaggio – me certosina.

2. A Kyōto di roba rilevante ce n’è troppa, e al riguardo sono stati scritti fiumi (di parole) di informazioni, perciò il servizio informativo in questo post sarà offerto da molti link esterni verso l’internet, alcuni dei quali in inglese (sempre meglio che totalmente assente, come nella puntata su Nara).

3. Il reale susseguirsi degli eventi sulla linea temporale di quei tre giorni sarà, per comodità, bellamente ignorato.

ORSÙ, DUNQUE!

Inseguendo i sakura XVIII – Ultima tappa: Kyōto (parte I)

4-5-6 aprile 2018

La prima cosa che mi viene in mente quando penso a Kyōto è il bar della stazione in cui facevano il caffè Illy. Nonostante io non sia dotata del più vago senso dell’orientamento, imparai subito la strada verso quel posto, da cui passavo all’inizio e alla fine di ogni escursione, per ricaricarmi.

Poi, ricordo il mio totale smarrimento davanti a ogni singolo giardino zen che visitai (e di giardini zen, a Kyōto, ce ne sono veramente tanti), completamente incapace di identificare cascate o mucche dormienti o astratti principi vitali nella placida solidità delle rocce silenziose.

Colgo la palla al balzo per inaugurare la prima sezione di questo post che, ora che ci penso, può essere usato come mini-guida per argomenti di Kyōto, e come tale sarà organizzato:

Spiritualità&arredamento di esterni: i giardini zen

Consiglio a tutti gli appassionati della combo spiritualità&ghiaia-perfettamente-rastrellata di visitare Daitoku-ji, un complesso di numerosi templi e giardini zen, organizzato come una piccola città nella città. Si trova nella zona nord-ovest di Kyōto ed è un complesso preziosissimo perché racchiude e rappresenta le varie espressioni della cultura zen giapponese di epoca Muromachi (1336-1573); non c’è un biglietto cumulativo, ma si paga l’ingresso ai singoli templi.

Daitoku-ji è anche il nome del tempio più importante del complesso; oltre a questo, ce ne sono altri 23, molti dei quali dotati di giardini zen. Io visitai Daisen-in, che è tra i più importanti e che vanta non uno ma ben DUE giardini zen al suo esterno, e Ryōgen-in: la sua Sala della Meditazione, che è Tesoro nazionale (concetto diverso da quello di patrimonio dell’umanità), è la più antica di tutto il Giappone, e il suo giardino zen, oltre a rappresentare l’universo intero (così pare), fa sfoggio di un albero di settecento anni.

Nessuna testimonianza fotografica del mio passaggio da Daitoku-ji è stata conservata. Per gli amanti delle liste e della categorizzazione, però, qui c’è una lista in inglese dei Tesori nazionali del Giappone, e qui una in italiano dei patrimoni dell’umanità nella zona di Kyōto.

Aspirare alla santità: altri templi, se i 24 di prima non vi fossero bastati

Una cosa che avrei dovuto raccontare diverse puntate fa, quando ho iniziato a parlare di templi buddhisti: in molti templi giapponesi si trova il simbolo della svastica disseminato un po’ ovunque: questo simbolo è antichissimo, e viene usato in numerosi culti religiosi, soprattutto indiani e cinesi, per rappresentare, a seconda dei casi e degli usi, il polo nord / il sole / il principio supremo dell’universo / Dio / la vita, l’universo e tutto quanto (cit.); per questo motivo, quasi sempre, la svastica è usata sulle mappe per la localizzazione dei templi buddhisti. Il simbolo religioso si distingue facilmente da quell’altro a cui tutti pensiamo, perché quello lì è ruotato. Qui un pippone agile compendio sull’argomento.

Segue il mio personalissimo carosello di templi e santuari meritevoli a Kyōto.

Si parte in comodità, a pochi passi dalla stazione, dal monumentale Higashi Hongan-ji, il cui tempio principale è tra le strutture in legno più vaste del mondo; questo tempio fu costruito per fare da rivale al Nishi Hongan-ji, poco lontano, sempre nella zona della stazione, ma patrimonio UNESCO. Entrambi sono visitabili gratuitamente.

Higashi Hongan-ji – 1
Higashi Hongan-ji – 2
Higashi Hongan-ji – 3

Un altro patrimonio dell’umanità a portata di mano, sempre in zona stazione, è Tō-ji, che fu consegnato, poco dopo la sua costruzione, al maestro Kōbo Daishi (ne ho parlato diffusamente qui), fondatore della più importante corrente del buddhismo.

Tutto molto bello, per carità, ma i santuari shintoisti, per me, vincono sempre con la loro sgargiante fierezza, contrapposta all’austerità (seppur elegantissima) dei templi buddhisti.

Perciò, per restare in tema di patrimoni UNESCO (stavolta nella zona del centro di Kyōto) e di shintoismo, valgono la visita i due santuari gemelli Shimogamo-jinja e Kamigamo-jinja, anch’essi gratuiti. Il primo è dedicato al dio del raccolto e si raggiunge percorrendo un sentiero all’interno del Tadasu-no-mori, un bosco in cui, vuole la leggenda, le bugie vengono a galla e in cui, pertanto, si può dipanare ogni possibile controversia; il secondo, addirittura più antico di Kyōto stessa, è invece dedicato al dio del tuono, e davanti al suo honden*, due imponenti cumuli di sabbia rappresentano le montagne da cui gli dei discendono sulla terra.

Uno dei templi (buddhisti) che sono davvero felice di aver visitato, e il mio preferito di questa selezione totalmente arbitraria, è Ginkaku-ji, un’antica residenza con elegantissimi giardini lussureggianti fiancheggiati da un versante dei monti orientali di Kyōto. La villa, trasformata in un tempio zen dopo la morte dello shōgun che l’aveva fatta costruire, è patrimonio dell’umanità e si trova nel quartiere di Higashiyama Nord.

Kogetsudai: il “cumulo di sabbia che guarda alla luna” rappresenta il monte Fuji (ok, fin qui ci posso arrivare)
Ginshadan: il “mare di sabbia d’argento” è un’allegoria dell’oceano con le sue onde (e anche qua sto sul pezzo. Daje!)

Il mio personaggio preferito: colui che con un piumino per spolverare spolvera via le foglie secche dalla siepe del viale d’ingresso a Ginkaku-ji

Nello stesso quartiere, a circa 2 km da Ginkaku-ji, merita una visita anche il Konchi-in, più che altro per il giardino che lo circonda, sapientemente progettato per integrarsi alla perfezione con l’ambiente circostante, ed in particolare con le montagne alle sue spalle.

Konchi-in
Il giardino della gru e della tartaruga. La pietra nel mezzo potrebbe essere la tartaruga. O anche no. O questa foto potrebbe essere stata scattata da tutt’altra parte. Chi lo saprà mai, e soprattutto: che ce ne importa?

Konchi-in, fra l’altro, si trova a pochi passi dall’ingresso principale di uno dei templi più suggestivi di Kyōto: Nanzen-ji, che io mi sono ingenuamente persa, e che pare sia un moltiplicarsi molto suggestivo di giardini e sotto-templi, che si alternano senza soluzione di continuità in tutto il complesso sacro.

(*) honden: l’edificio più sacro di un santuario shintoista, in cui risiede il kami (la divinità).

Meditazione e ricerca di sé: il Sentiero della filosofia

Sempre ad Higashiyama Nord, c’è uno dei miei luoghi di Kyōto preferiti: il Sentiero della filosofia (Tetsugaku no michi), così chiamato perché c’era un filosofo giapponese che lo percorreva sempre, immerso nei suoi pensieri.

Magari dopo una giornata passata spostandosi di tappa in tappa a ritmo serrato, sempre concentrati per non perdersi nulla, Tetsugaku no michi è il luogo perfetto per rallentare, camminando piano lungo il canale bordato da aceri e ciliegi, con la compagnia dell’acqua, della natura e delle altre persone che si godono il cammino sorridendo, e quasi in silenzio: rimette al mondo. Almeno per me fu così.

Il tempio Ginkaku-ji che ho citato nella sezione precedente, è tradizionalmente il punto di arrivo del Tetsugaku no michi, mentre la partenza è in corrispondenza di un altro importante tempio, Eikan-dō. Il cammino sul Tetsugaku no michi dura all’incirca una mezz’ora.

La pausa di riflessione offerta dal Sentiero della filosofia mi suggerisce che è l’ora della ricreazione. Dopodiché, per chi avesse ancora la pazienza di seguirmi, c’è la seconda parte.

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